Arte e Cultura
Una ricca documentazione di fotografie, reperti, libri, disegni e dipinti illustrano viaggi e campagne di scavo, a partire dalla fine dell’’800 ai giorni nostri, nel paese bagnato dal Mar Rosso. È ciò che presenta l’interessante mostra temporanea del Museo nazionale preistorico ed etnografico “Luigi Pigorini”, aperta fino al 26 novembre.

Un viaggio insolito, imbevuto di un ottocentesco romanticismo, nella terra d’Eritrea, la mostra che in questi mesi, ci propone il Museo Nazionale Preistorico e Etnografico di Roma, “Luigi Pigorini”.  Una terra bagnata dal Mar Rosso, la mitica Terra dei Punt, di cui già parlavano gli antichi greci e i latini, menzionata persino nella Sacra Bibbia, e che la colonizzazione italiana di fine ‘800, inizi ‘900, in Corno d’Africa, battezzò per l’appunto con il nome di Eritrea, dal greco erythros, che significa rosso. E in questa terra misteriosa, vi si approdava col sambuco – di cui un esemplare in mostra –, una barca a vela, adibita per il trasporto delle merci, per la pesca o ancora per la raccolta di perle preziose, protagonista di molte leggende orientali e di storie di pirateria. Una vera e propria opera d’arte, emblema del viaggio per eccellenza, decorata di simboli millenari, uno fra tutti, il terzo occhio, quello dell’oltre e dell’interiorità! Quella stessa imbarcazione con cui il celebre marinaio Sindbad de il Milione di Marco Polo, si spinse fino alle coste cinesi!

Il titolo “L’Eritrea, il paese rosso…” troneggia in alto e introduce e invita alla mostra, che, inaugurata il 25 settembre scorso, si protrarrà fino al 26 novembre prossimo. La mostra nasce, raccontano gli organizzatori, all’interno del progetto “Esplorazione e Scienza”, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (L. 6/2000), nell’ambito di un partenariato scientifico fra la Società Geografica Italiana e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, con l’intento di valorizzare e promuovere l’interesse per le esplorazioni geografiche e scientifiche italiane nel territorio eritreo, attraverso diverse attività divulgative e didattiche.

Un ordinato caos di fotografie, didascalie, reperti, libri e frammenti di diari, disegni e dipinti: un diario di viaggi e campagne di scavo, a partire dalla fine dell’’800 ai giorni nostri. E come documenti di rilievo, si rivelano subito al visitatore-viaggiatore, i dipinti di artisti italiani di fine ‘800 inizi ‘900, come Giuseppe Rondini, siciliano e che pur non avendo mai visitato queste colonie italiane, dipingeva e incideva di questa civiltà per francobolli, tenendo conto dei racconti dei viaggiatori di ritorno da questi luoghi; o Augusto Valli, pittore realista, influenzato dai suoi stessi viaggi al seguito degli esploratori italiani dell’Africa orientale fin dal 1890; o ancora il post-macchiaiolo Laurenzio Laurenzi, il cui pennello ha reso quei  paesaggi assai ospitali. Racconti e descrizioni dipinte che si fanno insieme documento storico di una terra geograficamente contrastante con la sua zona costiera estesa e arida, gli altopiani degradanti fino a giungere alla costa con clima umido e torrido, e la sua area interna con clima mite, folta vegetazione e terreno coltivabile, rivestita di altopiani e piacevoli colline e pianure nel confine meridionale. Impressionanti sono le fotografie dei dipinti di Alfonso Maria Tancredi e i suoi paesaggi di arbusti, al cui centro campeggiano regali i giganteschi sicomori, a cui sembrano fare da contraltare, i “mostruosi” e simbolici baobab, alberi simbolo di vita in tutto il Continente nero.

E foto e dipinti redigono anche e con dovizie di particolari, le storiche architetture di città come Massaua e il suo palazzo bianco, sede del governatore, in posizione dominante rispetto alle innumerevoli baracche e costruzioni semplici, realizzate con materiali terrosi e vegetali. Si intuisce e si apprende della vita quotidiana e politica nel Paese rosso e insieme, grazie alla presenza di oggetti specifici, se ne colgono i simboli, gli usi e i costumi. Si apprende sulle spedizioni italiane dell’epoca e sulla loro presunzione di indagare con l’occhio della superiorità rispetto a queste civiltà straniere, ritenute all’epoca primitive e non troppo civili. Basti pensare alle pose seriali, frontali o di profilo, fatte prendere contro un muro, dando risalto alle mani o agli aspetti fisiognomici diversi rispetto a quelli della civiltà europea. 

E per finire, in continuità e quasi a confronto con il passato, foto, didascalie e grafici documentano i viaggi più recenti, i cui risultati di campagne di scavo hanno aiutato a colmare un vuoto, a ricostruire tasselli importanti nell’evoluzione umana. “Un viaggio alla ricerca delle nostre origini”, recita il titolo di questa sezione della mostra.  In realtà una serie di viaggi che, in Dancalia eritrea, nel 1995 hanno permesso di portare alla luce la cosiddetta Signora di Buia, un fossile di cranio, transizione tra Homo ergaster e Homo sapiens e che ha fornito elementi rilevanti per la comprensione della nostra evoluzione.

Una mostra che conduce dunque in un viaggio di viaggi, attraverso percorsi già tracciati, conoscenze acquisite, visioni corrette ma spesso anche errate, perché rinchiuse all’interno del proprio modo di vedere e concepire la realtà, fino al ritrovamento di un ulteriore tassello per la ricostruzione del grande puzzle della storia umana: un mistero ancora tutto da svelare.

Una mostra documentaria, decisamente sentimentale e romantica! Sicuramente da non perdere…