EDITORIALE GIUGNO 2014
Nigrizia

«È diventato impossibile vivere in Eritrea oggi». Così i quattro vescovi eritrei di fronte a papa Francesco, in occasione della visita ufficiale (ad limina) in Vaticano dell’8-10 maggio.

E per argomentare al pontefice – che effettuò la prima visita pastorale a Lampedusa l’8 luglio dello scorso anno, per rendere omaggio ai migranti, molti dei quali eritrei, morti in mare – le ragioni della fuga continua dal paese del Corno d’Africa hanno scandito: «Un sistema di governo basato sul militarismo e sull’autoritarismo, una militarizzazione pressoché totale della società, un sistema di sicurezza interna con pervasivi metodi di intelligence simili a quelli dei paesi del socialismo reale di un tempo, un servizio militare nazionale senza limiti di tempo e senza retribuzione per tutte le fasce di età, una economia di guerra che assorbe tutte le energie lavorative e produttive, sottraendole all’agricoltura e all’industria, un sistema sanitario in assoluto degrado, scuole e centri educativi trasformati in campi di addestramento militare… ».

Un quadro che conferma quanto scritto a più riprese su queste pagine e che rende ancora più incomprensibile l’atteggiamento di chiusura e d’indifferenza, manifestato da ampie fette di opinione pubblica italiana ed europea (anche cattolica), nei confronti dei migranti che cercano di varcare i cancelli della fortezza Europa.

I cattolici sono una minoranza in Eritrea, il 4% circa della popolazione. Insieme alla Chiesa ortodossa (controllata dal regime) e alle Chiese protestanti, le denominazioni cristiane raccolgono il 50% dei fedeli. Il resto degli eritrei è di religione musulmana. Numeri che rafforzano il significato e la portata della presa di posizione dei presuli.

Il regime di Isaias Afwerki, incentrato più sul partito Fple che sul governo, ha un rapporto conflittuale con la Chiesa cattolica perché la percepisce come un contropotere e come un luogo impermeabile alla corruzione, una delle sue principali armi di governo. La considera un braccio operativo dell’Occidente, degli odiati Stati Uniti, in particolare. Questo perché, come naturale, la Chiesa locale ha rapporti stretti con il Vaticano.

Il regime si rende conto che la popolazione in generale, oltre a usufruire delle opere sociali cattoliche – una cinquantina di scuole, una ventina di piccole e medie cliniche ospedaliere – apprezza di preti e vescovi la non disponibilità a lasciarsi soggiogare. Del resto, la Chiesa cattolica è la sola a non avere accettato il proclama governativo del 1995 e, quindi, «continua a opporsi ? hanno ribadito i vescovi ?a ogni forma di interferenza statale nell’ambito delle proprie competenze pastorali e sociali».

E anche per questo è nel mirino. Deve subire limitazioni e censure nel settore dell’informazione, con la sospensione di alcune testate, e un minuzioso monitoraggio delle sue relazioni con l’estero. Spiegano i vescovi che il nervosismo delle autorità statali nei confronti della Chiesa cresce nel vedere che ci sono «un clero ben preparato, un laicato motivato, istituzioni sociali efficienti, pubblicazioni ben accolte dalla popolazione». Insomma, una minaccia per uno stato che vuole «il controllo esclusivo su ogni settore della vita del cittadino».

Se la Chiesa eritrea è in grado di mantenere questo atteggiamento e di essere, di fatto, all’opposizione di un regime efferato, ciò dipende dal coraggio e dalla caratura istituzionale dei suoi vescovi. Ma anche dall’appartenere alla Chiesa universale che possiede un qualche peso politico.

Ecco, se dal Vaticano arrivassero segnali d’incoraggiamento verso questa linea di condotta dei vescovi eritrei, ne trarrebbe vantaggio la nazione eritrea, indipendente da 23 anni, e sarebbe uno sprone “a scendere in campo” per altre conferenze episcopali africane, alle prese con problemi analoghi.

 

 

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