Eritrea: l’ONU chiede la liberazione di tutti i detenuti politici
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L’appello dell'Alto commissariato per i diritti umani dopo la scarcerazione di 13 persone arrestate nel 2007
Eritrea: l’ONU chiede la liberazione di tutti i detenuti politici
17 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
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Manifestazione di rifugiati eritrei in Europa contro il regime

“Il recente rilascio di 13 eritrei da quasi 18 anni di detenzione arbitraria è uno sviluppo incoraggiante”, ha dichiarato in questi giorni Seif Magango, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).

“Si stima – ha proseguito Magango – che in Eritrea ci siano più di 10mila persone in detenzione arbitraria, tra cui politici, giornalisti, scrittori, sacerdoti e studenti. Chiediamo alle autorità di rilasciare incondizionatamente le persone ancora detenute arbitrariamente, compresi gli ex alti funzionari governativi del G15, arrestati nel 2001 dopo aver chiesto riforme democratiche”.

Il paese del Corno d’Africa, da poco ritiratosi dall’organizzazione intergovernativa regionale (IGAD) e sempre più ai ferri corti nei confronti della vicina Etiopia, è governato con pugno di ferro dal presidente Isaias Afwerki, 79 anni, fin dall’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, e si colloca agli ultimi posti in tutti gli indicatori dei diritti umani.

Chi sono le persone scarcerate

Tra le 13 persone scarcerate all’inizio di dicembre vi sono un ex ciclista olimpionico oggi 69enne, Zeragaber Gebrehiwot, che gareggiò alle Olimpiadi di Mosca nel 1980, quando l’Eritrea era ancora parte dell’Etiopia, importanti imprenditori come Tesfalem Mengsteab e Bekure Mebrahtu, i fratelli David e Matthews Habtemariam, rispettivamente ingegnere e geometra, sei ex alti ufficiali di polizia e un agente della sicurezza interna.

Tutti erano stati incarcerati nell’ottobre 2007, in seguito al tentato omicidio dell’allora capo del Dipartimento di sicurezza interna, il colonnello Simon Gebredingil.

Tutti sono rimasti detenuti senza accusa, processo o accesso a un avvocato, e senza che le famiglie potessero fargli visita. Molti testimoni affermano che durante la loro detenzione nel carcere di Mai Serwa, vicino alla capitale Asmara, numerosi detenuti sono stati confinati in isolamento in container metallici (una ventina) dove le temperature oscillavano tra il caldo e il freddo estremo.

Condizioni disumane

Molti testimoni oculari da anni denunciano le continue violazioni dei diritti tra i quali la lunga leva obbligatoria imposta a tutti i cittadini, con le forze di polizia che impongono lunghe detenzioni e usano spesso la tortura come punizione.

Molti testimoni affermano che durante la loro detenzione a Mai Serwa, i detenuti vengono sottoposti a pratiche disumane tra le quali terribili condizioni di prigionieri in container o in celle sovraffollate, talvolta sotterranee, con temperature oltre i 40°, senza cibo e acqua.

Tra le pratiche riguardanti invece la popolazione si registrano arresti arbitrari, lavoro forzato, oltre ai tanti limiti imposti dal regime a vari livelli, dalla libertà di associazione e di espressione, a quella di movimento e di culto.

Un buco nero dei diritti

Da trent’anni in Eritrea, che ospita circa 3,5 milioni di persone, le voci di dissenso scompaiono nei campi di prigionia e i civili affrontano la coscrizione militare o i lavori forzati.

Il governo del presidente Isaias Afwerki, al potere da 32 anni, come noto, è stato spesso oggetto di denunce da parte di Human Rights Watch e altre organizzazioni per i diritti umani, e il paese spesso è stato definito come una immensa prigione a cielo aperto.

La libertà di stampa è stata cancellata nel 2001, con la chiusura dei giornali indipendenti e l’arresto della maggior parte dei loro direttori e giornalisti. 

Sempre quell’anno, il 18 settembre, furono arrestati 11 eminenti politici, eroi della guerra di liberazione, tra i 15 firmatari – definiti i G15 – di una lettera aperta al presidente Afwerki nella quale si chiedeva l’attuazione di una bozza di Costituzione, approvata ma mai applicata, e libere elezioni. Anche loro sono scomparsi nelle carceri del paese, mentre altri 4 firmatari che si trovavano all’estero, scamparono all’arresto ma furono costretti all’esilio. 

Tra i giornalisti arrestati nel 2001, e di cui non si ha più notizia, Dawit Isaak, eritreo con cittadinanza svedese co-fondatore di Setit, il primo quotidiano indipendente del paese, la cui storia è stata raccontata in più occasioni da Nigrizia.

Conosciuta è invece la sorte dell’ex ministro delle Finanze Berhane Abraha, morto in carcere nell’agosto del 2024 a 79 anni. Era stato arrestato nel 2018 dopo la pubblicazione di un libro, My Country, in cui descriveva il presidente come un “dittatore”.  

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