Dal 2001 il presidente Afeworki ha imposto un duro regime repressivo
Torture, detenzioni in condizioni terribili, limitazioni di diritti umani e civili: queste le accuse contro il governo eritreo contenute in un rapporto di Human Rights Watch. Oltre 50 le testimonianze che documentano le violenze.

L’Eritrea è ormai una immensa prigione a cielo aperto: questo è la dura conclusione del rapporto appena pubblicato dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch intitolato “Service for Life: State Repression and Indefinite Conscription in Eritrea”.

Le 95 pagine del documento raccontano con oltre 50 testimonianze a vittime eritree o a testimoni oculari le continue violazione dei diritti umani nel paese, dove per rispettare la lunga leva obbligatoria imposta a tutti i cittadini le forze di polizia impongono lunghe detenzioni e sono solite usare la tortura come punizione. Tra le pratiche documentate gli arresti arbitrari, il lavoro forzate, le severe punizioni imposte ai detenuti, costretti a vivere in degradanti e terribili condizioni (in container o in celle sovraffollate, talvolta sotterranee, con temperature oltre i 40°, senza cibo e acqua), oltre ai tanti limiti imposti dal regime a vari livelli, dalla libertà di associazione e di espressione, a quella di movimento e di culto. Per esercitare il controllo e la coercizione sui cittadini, il governo eritreo dispone di un forte apparato statale che schiaccia la magistratura: i cittadini sono incarcerati senza bisogno di capi di imputazione o di processi.

Questi metodi spingono sempre più cittadini a lasciare il paese, e a cercare rifugio in Libia, Sudan, Egitto, Italia, per evitare il carcere a causa delle loro idee politiche, per diserzione, o proprio per il loro tentativo di fuga dal paese. Per evitare le fughe, la prassi prevede ritorsioni contro i famigliari, che vengono multati, e spesso incarcerati e torturati. Queste misure non riescono però a fermare il flusso di migranti: sono sempre più numerosi gli eritrei che cercano di scappare, anche perché è impossibile ottenere un visto per chi ha meno di 50 anni. I migranti non si fermano nemmeno di fronte alla gelida accoglienza che incontrano nei paesi confinanti: pur di scappare dall’Eritrea corrono il rischio di essere rimpatriati e di finire direttamente in carcere.

Hrw denuncia la sparizione di centinaia di detenuti scomparsi, e chiede di poter avere accesso alle prigioni, lanciando un appello ai paesi donatori dell’Eritrea, perché vincolino gli aiuti per lo sviluppo ad un cammino verso la libertà ed il rispetto dei diritti umani.

Sotto accusa per la violazione di diritti umani anche la Tunisia: Human Rights Watch ha chiesto a Tunisi di consentire alle ong di visitare le proprie prigioni, rispettando un impegno preso un anno fa davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Secondo Hrw, lo stato magrebino fa ostruzione alla visite alle prigioni, ponendo condizioni inaccettabili. Una delle condizioni poste dalla Tunisia è d’incontrare solo un campione di detenuti, disponibili a rispondere a delle domande. Hrw invece chiede la possibilità di parlare con dei detenuti scelti sulla base delle conoscenze dell’organizzazione riguardo alla situazione delle carceri tunisine.

Asmara agguerrita, ma isolata

Da tempo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha chiesto ai paesi meta dei migranti di evitare qualsiasi deportazione verso l’Eritrea, neanche a chi è stato negato l’asilo politico. Anche Hrw si è unito all’appello perché non ci siano rimpatri forzati di eritrei.

Il governo eritreo risponde alle accuse negando le violazioni dei diritti umani e giustificando la prolungata situazione di emergenza che impone la leva obbligatoria a tutti i cittadini con la necessità di garantire la sicurezza nazionale, minacciate dalle tensioni con l’Etiopia. I rapporti tra i due paesi confinanti non si sono mai normalizzati, da quando l’Eritrea ha reclamato l’indipendenza da Addis Abeba, nel 1993, dopo 30 anni di guerra civile. I due paesi sono tornati in guerra solo 5 anni dopo, nel 1998, sempre per ragioni legati a dispute territoriali. Il conflitto è durato solo due anni ma è stato particolarmente cruento: almeno 100mila vittime. I contrasti tra Asmara e Addis Abeba non si sono ancora risolti, ma dalla fine del conflitto il presidente eritreo Isayas Afewerki ha imposto un regime sempre più repressivo, annientando l’opposizione e il potere della stampa.

Mentre le organizzazioni umanitarie chiedono a governi e organismi internazionali di premere su Asmara, il governo eritreo accusa la comunità internazionale di favorire l’Etiopia nella disputa sui territori tra i due paesi: Addis Abeba si è infatti sempre rifiutata di accettare il verdetto della Corte indipendente che assegna all’Eritrea la regione attorno alla città di Badme.

In contrasto anche con altri paesi confinanti (soprattutto Gibuti), la comunità internazionale accusa Asmara di sostenere le Corti islamiche e i ribelli islamisti somali, e di aver quindi contribuito ad esacerbare il conflitto in Somalia.


Per approfondire (cerca usando il motore in alto):

Scontri tra Gibuti ed Eritrea 13/06/2008

Eritrea, un paese alla deriva 26/06/200, una drammatica testimonianza da Asmara.