Eritrea: scarcerato dopo 15 anni il vignettista Biniam Solomon
Pace e Diritti Politica e Società
Nelle carceri eritree sono detenute senza accuse formali oltre 100mila persone, secondo le Nazioni Unite
Eritrea: scarcerato dopo 15 anni il vignettista Biniam Solomon
17 Marzo 2026
Articolo di Redazione
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Quindici anni in carcere senza conoscere i motivi del suo arresto, senza quindi affrontare un processo e senza poter avere contatti con la sua famiglia. Ma, a differenza di molti altri detenuti politici in Eritrea, lui almeno è rimasto vivo ed è riuscito a ritrovare la libertà.

Il noto vignettista satirico Biniam Solomon, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Cobra, oggi sessantenne, era stato arrestato nella capitale Asmara nel 2011 a causa, molto probabilmente, delle sue strisce graffianti e argute incentrate su temi politici e sociali.

Vignette raccolte in tre libri – Subtle is the Ruler, Conversation with Cobra Number One e Conversation with Cobra Number Two – e pubblicate su diversi giornali eritrei nel breve periodo di libertà d’espressione seguito all’indipendenza, nel 1993, concluso bruscamente nel 2001, quando il governo soppresse la stampa indipendente che, secondo il regime, “metteva in pericolo la sicurezza nazionale”, arrestando e incarcerando diversi giornalisti e intellettuali.

Tra i giornalisti arrestati nel 2001, e di cui non si ha più notizia, Dawit Isaak, eritreo con cittadinanza svedese co-fondatore di Setit, il primo quotidiano indipendente del paese, la cui storia è stata raccontata in più occasioni da Nigrizia.

Conosciuta è invece la sorte dell’ex ministro delle Finanze Berhane Abraha, morto in carcere nell’agosto del 2024 a 79 anni. Era stato arrestato nel 2018 dopo la pubblicazione di un libro, My Country, in cui descriveva il presidente come un “dittatore”.  

Un esempio di coraggio e resilienza, quello invece di Biniam, che dopo aver perso un braccio in un incidente quando era ancora bambino, riuscì a distinguersi per la sua corposa produzione artistica, lavorando anche, per arrotondare, come insegnante di fisica in una scuola secondaria della capitale.

Il suo rilascio, di cui hanno dato notizia i famigliari, sembra rientrare nel contesto di una serie di scarcerazioni di detenuti di lunga data, anche se nell’ambito di un processo opaco e al di fuori delle normali procedure legali.

Altre scarcerazioni erano avvenute nel dicembre del 2025, quando furono liberati 13 detenuti, rimasti in carcere senza accuse né un processo o accesso a un avvocato per circa 18 anni.

In quell’occasione l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’ONU (OCHA) aveva chiesto al regime di liberare le oltre 10mila persone detenute senza processo nel paese, tra cui giornalisti, politici, sacerdoti e studenti renitenti al servizio di leva a tempo indeterminato.

Negli ultimi tre decenni in più occasioni organizzazioni per i diritti umani e report delle Nazioni Unite hanno documentato abusi diffusi nelle carceri eritree, accuse sempre respinte dalle autorità. Tra queste la mancanza di contatti con il mondo esterno, cibo e medicine inadeguati, torture e gravi sofferenze fisiche e mentali inflitte anche tramite detenzioni celle sotterranee in prigioni segrete e in container posti sotto il sole cocente.

L’Eritrea non ha mai tenuto elezioni generali né adottato una Costituzione. Il suo presidente a vita Isaias Afwerki, ex eroe della lotta di liberazione dall’Etiopia, ha messo in atto un ferreo sistema capillare di controllo e repressione, mettendo al bando i partiti di opposizione, i media indipendenti, le organizzazioni della società civile e le confessioni religiose, con esclusione di quelle riconosciute dallo stato: la Chiesa ortodossa tewahedo eritrea, la Chiesa cattolica, la Chiesa evangelica luterana eritrea e l’islam sunnita.

Anche oggi ai giornalisti stranieri non è consentito l’ingresso nel paese a meno che non si pieghino alla propaganda del regime.

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