Onu: 11 milioni i profughi africani
A migliaia tentano di raggiungere le coste italiane, rischiando, negli ultimi giorni, di essere deportati nei centri di detenzione libici. Sono soprattutto potenziali richiedenti asilo, in fuga dalle violenze e dalla persecuzione. Molti di loro sono giovani eritrei, fuggiti ad una leva militare senza fine e ad una feroce dittatura.

Un intero popolo in marcia. Mentre il governo italiano mette a punto gli degli immigrati irregolari, le Nazioni Unite rivelano oggi che sono oltre 11 milioni i civili in fuga dai conflitti o dai disastri naturali in Africa centrale e orientale. Sfuggiti a guerre, carestie e persecuzioni, devono affrontare le sabbie del deserto, con la speranza di attraversare il Mediterraneo e giungere in Europa.

Qui, secondo Eurostat, solo il 13% delle domande di asilo viene accolta, mentre il 10% dei richiedenti ottengono un sorta di protezione sussidiaria. L’Italia, ponte tra Africa e Europa, ha accolto nel 2008, secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), circa 27.000 richiedenti asilo, il 75% dei migranti sbarcati sulle coste italiane. Gran parte di loro giungono da Somalia ed Eritrea, in fuga da un conflitto infinito o da una dittatura spietata. «Il 90% dei profughi eritrei non riesce ad ottenere lo status di rifugiato» spiega Michael Kidane Mariam, presidente dell’Associazione di solidarietà per la giustizia e la democrazia in Eritrea. «Gran parte di loro ottengono il riconoscimento di una protezione sussidiaria, attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari». Permesso che, al contrario dello status di rifugiato, può essere revocato, qualora il paese ospitante dovesse decidere che non esiste più un pericolo per l’incolumità dello straniero.

L’organizzazione per la tutela dei diritti umani, Human Rights Watch, ha definito l’Eritrea, nel suo ultimo rapporto una «prigione a cielo aperto». Un esercito in perenne stato di mobilitazione, arruolamenti forzati, arresti arbitrari, intimidazioni e violenze sugli oppositori: questo è il regime di Isayas Afewerki, padre-padrone di una nazione in ginocchio.
Tra l’11 e il 20 giugno 2008, circa 800 eritrei catturati dalle forze di sicurezza egiziane sono stati rimpatriati, nonostante gli appelli di Amnesty International e Nazioni Unite. Il carcere o i lavori forzati, per i più fortunati, se non l’esecuzione: questa è la pena per essere fuggiti dal paese.
Ma, anche quando il pericolo sembra lontano, sono i familiari dei rifugiati a patire ciò che loro hanno scampato. Il governo eritreo, infatti, impone ai propri emigrati una tassa pari al 2% circa del reddito annuo, pena il sequestro beni in patria o l’arresto dei familiari.

Nonostante i proclami e l’investimento di importanti risorse nelle operazioni di contrasto all’immigrazione irregolare, con il ricorso ad azioni al limite dell’illecito internazionale, i governi italiani che si sono succeduti negli anni, hanno continuato a mantenere rapporti ambigui con l’ex colonia. Da un lato l’indifferenza ufficiale nei confronti del regime, tradotta da taluni in tacita condanna, dall’altro la volontà di conservare i buoni rapporti con un paese che occupa una posizione geostrategica di importanza globale.

 

(L’intervista, realizzata da Michela Trevisan, è tratta dal programma radiofonico Focus)