L’esperienza di Roma

In città sono programmati, in una ventina di centri e con lunghe liste di attesa, 2.200 posti di accoglienza, a fronte dei circa 6-8.000 richiedenti e titolari di protezione internazionale; 1700 vivono in condizioni di precarietà e degrado abitativo. Accoglienza e diritti calpestati.

Il contesto romano è stato tradizionalmente considerato – e ancora oggi viene ritenuto tale – un luogo di transito privilegiato per i richiedenti e titolari di protezione internazionale: storicamente, prima dell’istituzione di Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato in altre zone del paese con la Legge 189/2002, per la presenza dell’unica Commissione centrale deputata all’esame delle domande di asilo; successivamente, per la sua posizione privilegiata nella consueta rotta dal sud verso il nord del paese, oltre che per una certa visibilità non solo di servizi e istituzioni ma anche delle comunità di origine dei migranti, che spesso rappresentano una importante fonte di informazione e orientamento sociale. Si stima che ogni anno transitino per la città di Roma circa 8.000 rifugiati.

In questo scenario, al circuito di accoglienza formale per i richiedenti e titolari di protezione internazionale se ne è ormai affiancato uno parallelo, di tipo informale, sorto nei numerosi insediamenti (edifici abbandonati, baraccopoli e stazioni ferroviarie) gestiti da gruppi e comunità di origine dei richiedenti asilo e rifugiati.

Le condizioni di degrado abitativo di questi insediamenti sono state denunciate sia nella stampa internazionale, ad esempio sul New York Times e sull’International Herald Tribune, ma anche negli appelli degli organismi internazionali, come quelli del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, o del delegato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Laurens Jolles, che ha chiesto ai rappresentanti istituzionali di affrontare i problemi di grave disagio e marginalità di numerosi rifugiati che vivono a Roma.

Nel suo dossier sulle occupazioni abitative dei rifugiati nella capitale, la Fondazione IntegrA/Azione riferisce che nel comune di Roma sono programmati, in una ventina di centri e con lunghe liste di attesa, 2.200 posti di accoglienza, a fronte dei circa 6-8.000 richiedenti e titolari di protezione internazionale presenti nella capitale. Il quadro che ne deriva configura una situazione di vero e proprio allarme sociale, come riferito dalla stessa Fondazione IntegrA/Azione: «Nelle zone marginali della città esiste una massa enorme di rifugiati invisibili, privati di ogni diritto, lasciati in preda delle leggende metropolitane, delle informazioni distorte sui propri diritti e doveri. Gli ultimi fatti di cronaca relativi a rifugiati che vivevano a Roma nell’occupazione di vagoni abbandonati a Prenestina o il caso del cittadino iracheno trovato morto nell’inverno dello scorso anno nel sottopasso di Porta Pia, adiacente all’ingresso della sala controllo del viadotto di Corso d’Italia, danno pienamente il senso di questa realtà».

La situazione si è inoltre aggravata con la cessazione del programma “Emergenza Nordafrica”, attivato per l’accoglienza straordinaria di circa 20 mila persone su tutto il territorio nazionale e chiuso lo scorso febbraio, lasciando in eredità una situazione complicata, con 3 mila richiedenti asilo nel Lazio – un migliaio solo nella città di Roma – in possesso di un permesso di soggiorno valido per un anno, ma privi di effettive prospettive di inserimento abitativo o, in molti casi, persino di orientamento ai servizi sul territorio. (…)

 

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