Una domanda non nuova, quella che si pone la teologa statunitense autrice del testo, ripercorrendo le risposte che le prime generazioni di femministe cattoliche, ancora negli anni Settanta, avevano dato al quesito. Ma all’indomani del movimento Me too, quelle risposte oggi hanno bisogno di essere aggiornate, affinché portino alla consapevolezza che sì, si può essere cattoliche/cattolici e femministe/femministi. E tutto questo nonostante una Chiesa che arranca su determinati temi e che allontana, perché davanti ad alcune rivendicazioni fatica a posizionarsi.
Ma al di là delle posizioni della Chiesa ci stanno le vite delle persone, che vivono le tensioni tra cattolicesimo e femminismo e cercano come declinarle, come dar loro risposte capaci di affermare una identità che tenga insieme. Un cammino non facile, che spesso ha spinto donne e uomini lontani dalla Chiesa, anche alla luce di storie interne a questa istituzione, dagli abusi sessuali alle discussioni sull’omosessualità e sulle identità di genere.
L’autrice si pone nel mezzo, per cercare di aiutare a definire un’appartenenza consapevole, senza sfuggire alle difficoltà e a un dato che deve rimanere centrale: appartenere a qualcosa, che sia una religione o un pensiero, non vuol dire necessariamente essere d’accordo su tutto. Ci sono forti punti di contatto tra cattolicesimo e femminismo su temi come lavoro, matrimonio, sessualità, ma anche questioni che devono essere declinate in profondità. Perché la risposta è sì. Ma è complicato, perché bisogna mettere insieme critica e appartenenza.