Africa: la Lista Rossa dei mammiferi a rischio estinzione
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Un nuovo report evidenzia l’aggravarsi delle minacce per 70 specie in Sudafrica, Lesotho ed Eswatini, tra crisi climatica e pressione antropica
La silenziosa estinzione dei mammiferi africani
Mentre l'attenzione globale si concentra sulle specie iconiche, nuovi dati rivelano il declino di mammiferi meno noti ma essenziali. Tra siccità cicliche e crescita demografica, il modello delle "aree di conservazione fortezza" cede il passo alla necessità di una coesistenza sistemica
29 Gennaio 2026
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 6 minuti
Esemplare di oritteropo africano

La flora e la fauna dell’Africa costituiscono circa un quarto della biodiversità del pianeta. Purtroppo, però, molte delle sue specie sono minacciate, in pericolo di estinzione o in grave pericolo di estinzione, mentre altre si sono già estinte.

Ma mentre il declino di elefanti, gorilla, rinoceronti suscita interesse e preoccupazione, di molte specie meno note si parla meno, sebbene siano anch’esse, evidentemente, funzionali all’equilibrio degli habitat.

La nuova Lista Rossa regionale

Oggi un nuovo elenco di mammiferi minacciati in Sudafrica, Lesotho e Eswatini mostra che altre 11 specie si sono avvicinate all’estinzione dal 2016. Specie che sono entrate a far parte della Lista Rossa regionale dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) per i mammiferi a rischio.

Si tratta del pipistrello peloso di Lesueur, del ratto laminato di Vlei, del galagone dalla coda spessa, dell’oritteropo, del pipistrello africano della frutta color paglia e del ratto talpa delle dune del Namaqua. Nomi esotici, un po’ strani e difficili da pronunciare, di mammiferi che, come per esempio l’oritteropo, addirittura risalgono all’epoca preistorica.

L’ultima Lista Rossa, quella del 2025, per quanto riguarda le regioni in questione riporta che dei 336 mammiferi valutati, 70 sono ora minacciati e il 42% dei mammiferi presenti solo in Sudafrica è a rischio di estinzione.

Fattori di pressione e segnali di speranza

La lista è stata elaborata dal The Endangered Wildlife Trust (EWT), dal South African National Biodiversity Institute (SANBI) e da 150 esperti, e riguarda il periodo che va dal 2016 al 2025.

Caldo estremo, scarsità d’acqua, minore spazio per foraggiare e pascolare, bracconaggio, estrazioni minerarie, costruzione di strade e altre infrastrutture, sono tra le cause di stress affrontate anno dopo anno dagli animali osservati, sia endemici del territorio sia quelli soggetti a migrazione.

Joseph Ogutu, uno statistico che studia il crollo delle popolazioni di animali selvatici in Africa, ha commentato su The Conversation tali dati lanciando comunque anche segnali positivi. L’osservazione, i cui risultati sono contenuti nel lavoro recentemente pubblicato, mostra anche qualche miglioramento.

Ad esserne protagoniste sono tre specie: l’antilope roana, passata dalla categoria “in pericolo” a quella “vulnerabile”, l’elefante marino meridionale e la zebra di montagna di Hartmann, entrambe spostate nella categoria “minore preoccupazione”. Una dimostrazione che interventi efficaci possono ridurre le minacce per questi mammiferi.

Il nodo della coabitazione umana

Si tratta di operare per applicare una conservazione sostenibile, proteggendo l’habitat, garantendo spazi di movimento per gli animali e riducendo i motivi di stress, primo fra tutti una coabitazione forzata con la popolazione umana, coabitazione che implica una modifica e contrazione dell’habitat a svantaggio della fauna.

Non a caso, spiega l’esperto, «le specie più a rischio sono quelle influenzate dal luogo in cui vivono». Molto dipende dalla velocità con cui il loro habitat cambia, dal tempo di adattamento, e di solito i più vulnerabili sono i mammiferi che non possono “allontanarsi” dal cambiamento, perché possono vivere solo in un’area limitata.

È sulla base di questi ed altri elementi che l’ultima Lista Rossa regionale mostra che 67 mammiferi (circa il 20%) sono considerati a rischio di estinzione e 39 (11,5%) sono quasi a rischio.

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La sfida demografica e climatica

Fatto sta che l’aumento della popolazione africana – che secondo le stime potrebbe arrivare dagli attuali 1.6 miliardi circa a 4.2 miliardi entro il 2100 – unito al cambiamento climatico ed altri fattori, renderà risorse e spazi meno disponibili. Un rischio evidente che incombe minacciosamente sul conflitto per lo spazio tra la fauna selvatica e una popolazione umana in espansione.

Comunque sia, gli esseri umani hanno da sempre decimato i mammiferi del mondo. Pensiamo ai mammut, ai bisonti, alle tigri dai denti a sciabola. In Africa, secondo alcuni studi, l’antilope cervicapra, bluebuck, originaria dell’Africa meridionale, fu cacciata fino all’estinzione intorno al 1.800. Questo la rese il primo grande mammifero del continente a scomparire in epoca storica. Esiste ancora solo in India e Pakistan.

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L’impatto degli shock ambientali: il caso Amboseli

Ai fattori umani, che hanno comunque un grande impatto sull’esistenza delle specie animali vanno aggiunti, come si accennava, quelli climatici. Un esempio di quanto la siccità abbia sconvolto certi ecosistemi è quanto accaduto, e ancora sta accadendo, nella vastissima area del lago Amboseli, in Kenya.

Dalla devastante siccità del 2009 quando centinaia di elefanti, gnu, zebre persero la vita, se ne sono succedute altre. Secondo l’IFAW, che cita dati del Kenya Wildlife Service, solo tra giugno e novembre 2022 l’ecosistema di Amboseli aveva perso complessivamente 6.093 animali a causa della siccità. Ciò rappresenta 20 specie di fauna selvatica: elefanti, gnu, zebre, gazzelle di Thomson, gazzelle di Grant, impala, bufali e giraffe Masai, ora nella red list delle specie in via di estinzione.

Ad oggi la lista generale delle specie più a rischio in Africa contiene 20 nomi. Tra questi il rinoceronte nero, il gorilla, gli elefanti ed altre meno conosciute ma altrettanto meravigliose creature.

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Verso un approccio sistemico alla conservazione

Concludiamo però con una buona notizia. Proprio a proposito di elefanti, l’Africa ne ospita 410mila, la maggior parte dei quali vive nell’Africa meridionale. Secondo uno studio pubblicato nel 2024, dal 1995 al 2020, il numero di elefanti nell’Africa meridionale è cresciuto a un tasso medio annuo dello 0,16%. Questo significa che oggi il loro numero è lo stesso di 25 anni fa.

Un dato promettente, a detta degli esperti. Anche se il numero è diminuito di oltre il 50% nell’arco di tre generazioni, il che li porta ad essere nella lista delle specie in via di estinzione. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione, forse ovvia, comunque corroborata da dati, che il modo migliore per mantenere stabili i numeri complessivi è consentire agli elefanti di vagare liberamente.

Invece di tenerli in piccoli parchi di conservazione “fortezza” bisogna dare loro maggiore agio. La conservazione non può più avvenire in luoghi isolati e recintati ma occorre un approccio sistemico per proteggere i mammiferi e altre specie minacciate, progettando infrastrutture e la vita degli esseri umani senza necessariamente distruggere l’habitat naturale.

Per evitare che quello tra uomo e fauna selvatica sia un rapporto di continuo conflitto.

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