Oltre 200 etiopici condannati a morte in Arabia Saudita - Nigrizia
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Da Addis Abeba gli appelli della Chiesa ortodossa e cattolica per un gesto di clemenza
Oltre 200 etiopici condannati a morte in Arabia Saudita
Più di 2mila persone sono state giustiziate dal 2015 nel regno del principe ereditario Mohammed bin Salman, con un incremento di quasi il 50% negli ultimi quattro anni
13 Maggio 2026
Articolo di Redazione
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Si moltiplicano in tutto il mondo gli appelli al governo saudita per fermare le condanne a morte emesse nei confronti di oltre 200 cittadini etiopici accusati per lo più di detenzione e traffico di droga e attualmente detenuti nel carcere di Khamis Mushait, nel sudovest dell’Arabia Saudita.

Almeno 65 di loro, faceva sapere lo scorso 29 aprile Human Rights Watch, sono a rischio imminente che la condanna sia eseguita, come già accaduto per tre altri detenuti etiopici il 21 aprile.

La maggior parte di loro, denuncia l’organizzazione, sono stati processati in “udienze collettive estremamente brevi”, senza rappresentanza legale e senza un interprete/mediatore che spiegasse loro i motivi dell’arresto e di dettagli del procedimento penale. Alcuni hanno anche riferito di essere stati picchiati e costretti a firmare confessioni che non comprendevano.

Si tratta per lo più di giovani, emigrati nella penisola alla ricerca di un lavoro e migliori condizioni di vita.

Almeno tre di loro, secondo HRW, sono fuggiti dalla guerra nella regione del Tigray tra il 2020 e il 2022 e sono arrivati in Arabia al termine di un pericoloso viaggio attraverso Gibuti, il Mar Rosso e lo Yemen, una delle rotte della migrazione più mortali del pianeta. Per il diritto internazionale godrebbero dunque dello status di rifugiati.

Molti dei condannati a morte sarebbero stati trovati in possesso di khat (o miraa) un arbusto molto diffuso in Africa orientale i cui germogli, se masticati, producono effetti stimolanti paragonabili a quelli delle anfetamine.

Il khat è largamente coltivato e commerciato in Kenya, Somalia ed Etiopia, paesi nei quali l’utilizzo della pianta è largamente tollerato o assolutamente legale, come nel caso dell’Etiopia e dello Yemen. Ma è considerato una droga e per questo severamente vietato nel regno saudita.

Dall’Etiopia gli appelli della Chiesa ortodossa e cattolica

L’ultimo appello è stato lanciato ieri dal patriarca della Chiesa ortodossa etiopica Tewahedo (EOTC), Abune Mathias I, che in un messaggio pastorale ha chiesto ai governi di Etiopia ed Arabia Saudita di intensificare gli sforzi per fermare l’esecuzione delle pene capitali.

«I nostri bambini etiopici senza voce in Arabia Saudita – afferma – invocano giustizia all’ombra della morte e contano i loro giorni nell’angoscia, rischiano l’esecuzione di massa nel paese in cui sono emigrati in cerca di una vita migliore».

Rivolgendosi direttamente al governo etiopico, Abune Mathias ha chiesto di avviare urgentemente «colloqui di alto livello» con le autorità saudite per annullare le condanne a morte e facilitare il ritorno a casa dei detenuti.

Al regno saudita il patriarca chiede, «in considerazione della lunga storia e amicizia tra le nostre due nazioni, di mostrare clemenza e di commutare le loro condanne in pene detentive».

In una nota inviata all’agenzia di stampa Fides il 5 maggio scorso, il vescovo dell’Eparchia Cattolica di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, si rivolge invece alle organizzazioni e agenzie umanitarie internazionali chiedendo «di avviare un dialogo di alto livello con le autorità saudite per ottenere la sospensione dell’esecuzione e la commutazione di queste condanne a morte», alternative che «consentano la riabilitazione, il pentimento e la possibilità di redenzione».

Medhin ricorda inoltre che «l’esecuzione di queste 200 persone rappresenterebbe una perdita irreparabile di vite umane e un colpo straziante per le famiglie rimaste in Etiopia, molte delle quali già soffrono le difficoltà della povertà e dello sfollamento».

Oltre 2mila esecuzioni in 10 anni

L’Organizzazione europea saudita per i diritti umani (ESOHR), ricorda il terribile record detenuto dall’Arabia Saudita che ha giustiziato più di 2mila persone da quando re Salman bin Abdulaziz è salito al trono il 23 gennaio 2015, nominando due anni e mezzo dopo il figlio Mohammed bin Salman principe ereditario.

Ma, fa notare un recente appello firmato da 36 organizzazioni per i diritti umani, la cifra reale potrebbe essere superiore, poiché si stima che almeno 51 esecuzioni siano state condotte in segreto.

Sono numeri che segnano una netta escalation nell’uso della pena capitale negli ultimi 10 anni. Il nuovo record annuale è stato raggiunto nel 2024 con 345 esecuzioni e superato nel 2025 con 356. Un’impennata trainata dalle esecuzioni di cittadini stranieri per reati non letali legati alla droga.

Delle oltre 2mila persone giustiziate dal 2015, 845 erano immigrati da altri paesi, per lo più africani e asiatici.

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