Si possono citare tantissimi esempi per indicare cosa accade alla fine di un regime. Nel caso dell’Etiopia, ha evitato di trovarsi con un vuoto di potere per il semplice fatto che la riforma è nata all’interno dell’establishment.

Tanti aspettavano con timore gli effetti che si sarebbero potuti generare con il rovesciamento del Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, coalizione di governo fino al 2018) con a capo il Tigray Liberation Front (Tplf).

Alla gestione del post cambiamento si è sempre poco attrezzati ma nessuno poteva sperare in una transizione di potere migliore di quella che è avvenuta nel 2018 con l’ascesa del governo dell’attuale primo ministro Abiy Amhed. Il gruppo dei riformisti non è arrivato per caso, ma è frutto di quattro anni di un irto percorso all’interno della coalizione che ha amministrato il paese dal 1991.

Questi movimenti interni hanno creato un assestamento di potere nel partito di coalizione Eprdf, composto da quattro partiti, del quale il Tplf, che rappresentava 6% della popolazione etiopica, ha avuto il merito, nel bene e nel male.

Nonostante la transizione di potere fosse sembrata pacifica, c’erano dei conti in sospeso all’interno del partito. I giovani riformisti non erano graditi dai veterani.

Già nei primi tre mesi si sono verificati momenti di tensione e attentati, mai registrati prima nel paese. Inspiegabilmente, scoppiavano violenze dappertutto. Secondo il governo, ci sono stati 103 conflitti che hanno attirato l’attenzione del governo federale, con l’obbiettivo di indurre l’opinione pubblica a considerare il governo debole e incapace di proteggere i suoi cittadini.

Dal 2018 fino all’inizio del conflitto armato nel Tigray, il 4 novembre 2020, si sono verificati spostamenti interni di migliaia di profughi e uccisioni di civili in tutto il paese, come mai avvenuto prima.

Per il momento, secondo l’accusa del governo federale, il Tplf è l’unico artefice di tutti i conflitti perpetrati nel resto del Paese. Temo invece che non tutte le violenze possano ricondursi al complotto ordito dal Tplf.

Il dito puntato contro gli ufficiali del Tplf per aver finanziato, addestrato, sostenuto e fomentato le varie violenze, minimizza e spiega solo in parte le grosse questioni che vanno trattate in vari luoghi del Paese come quello del Benishangul.

Anche perché, oggi come oggi, il Tplf non è in grado di essere alla guida dei conflitti o di sponsorizzarli. Ma i problemi sui quali il Tplf aveva fatto leva rimangono ancora irrisolti. Uno di questi è il Benishangul.

Dalle analisi sviluppate in seguito alle violenze avvenute nella regione del Benishangul contro i civili, emergono alcune indicazioni che conducono alla presenza della mano del Tplf costruita negli anni e ampiamente consolidata dopo il 2019. Tra le nuove regioni create dopo il 1995, ci sono due amministrazioni regionali storicamente vicine agli ufficiali e generali del Tplf: la regione somala d’Etiopia (Ogaden) e quella del Benishangul (a sud-ovest del Paese).

Dopo l’avvio della riforma, ogni partito che amministrava la propria regione ha iniziato ad attuare riforme interne, sostituendo molti dirigenti con nuovi riformisti. Ciò è avvenuto anche in queste due regioni. L’auto-purificazione dei partiti ha tagliato il filo che collegava gli ufficiali del Tplf all’interno delle amministrazioni regionali.

Tuttavia, le riforme partitiche erano avanzate più velocemente rispetto allo sviluppo delle riforme dell’apparato di sicurezza regionale e di quella dell’esercito federale, che sono tutt’ora in corso. Nella regione di Benishangul si nota un silenzio spaventoso da parte dell’apparato di sicurezza regionale per impedire gli attacchi da parte di gruppi di uomini armati nei confronti dei cittadini ‘’rossi’’, come vengono chiamate le etnie con la carnagione più chiara.

In seguito a multipli attacchi a settembre del 2020, l’amministrazione regionale di Benishangul ha chiesto l’intervento federale per affiancare le forze regionali nel tentativo di contrastare queste aggressioni. Le violenze di uomini armati non si erano infatti fermate: l’ultimo attacco di novembre è costato la vita a 207 civili, perlopiù ‘’rossi’’, ovvero Amhara, Agew, Oromo e Shinasha.

La modalità con cui si spostavano gli uomini armati, indicava che erano guidati da informatori interni perché gli attacchi avvenivano là dove l’esercito si ritirava per un’altra operazione di emergenza.

Nonostante queste violenze avvengano nelle zone in cui si sta costruendo la grande diga della Rinascita (Gerd), il governo non le ha ancora collegate con un coinvolgimento straniero. Un’ipotesi che sembra per ora accettabile perché da allora non si sono verificati ulteriori attacchi.

Non è facile scrivere sulla questione politica etiopica in generale ed ancora più complicato su quella regionale. Nel ’95 in seguito alla proclamazione della nuova Costituzione federale, sono state legalmente create 9 regioni, demarcando i confini amministrativi con un rimescolamento in base ai parametri etnolinguistici. Ma questa netta cesura di demarcazione non ha potuto rispondere alle tante istanze, evolute nel tempo e nella storia.

I maggiori problemi si manifestano proprio tra le popolazioni che si trovano nelle zone di confine tra regioni. Si pensi, ad esempio, alla condizione di vari paesi africani che sono stati creati a tavolino nella conferenza di Berlino del1884/85 dalle forze europee, di cui vediamo tutt’ora gli effetti nella perenne instabilità e nelle continue richieste di autonomia interne. Per citarne alcune: le tensioni tra Somalia e Kenya, tra Rd Congo e Rwanda, tra Sudan ed Etiopia.

Il problema nasce quando le popolazioni che abitano quei territori sono escluse o schiacciate da questi processi decisionali: anche le tensioni inter-regionali in Etiopia si collocano a questo livello di mancato coinvolgimento.

Parlo dei conflitti in essere, ad esempio tra la regione dell’Oromia e la regione somala, la regione di Afar e quella della Somalia, la regione Amhara e quella del Tigray. Il territorio che ora chiamiamo Benishangul, prima del ’95 era sotto due amministrazioni, diviso tra Walagga, nell’odierno Oromia, e Gojjam, nel presente Amhara.

In questo momento il Benishangul e il Tigray sono le regioni dove tutti gli occhi interni e esterni puntano. Nel Tigray per via del conflitto e nel Benshangul perché l’Etiopia sta costruendo la più grande diga africana, a 15 km dal confine con il Sudan. In Benishagul per il momento non c’è una minaccia considerevole dal punto di vista di ribelli armati. La mano invisibile non ha un nome ma si annida nella comunità dei Gumuz e nell’amministrazione regionale, precedentemente in stretto contatto con le autorità del Tplf.

Benishangul è composta da molte etnie che hanno convissuto per secoli. I Gumuz e altre etnie minoritarie, prima della Costituzione del ’95 erano emarginate e sfruttate, ma dopo il ’95, con la creazione della regione del Benishangul, le popolazioni prima emarginate e sfruttate hanno avuto una voce in capitolo per la propria autodeterminazione.

Questo, tuttavia, è avvenuto a discapito di altre minoranze che sono state escluse esplicitamente dalla partecipazione ai processi politici, diventando a loro volta emarginate. A differenza di altre regioni federali, la Costituzione dello stato regionale di Benishangul è l’unica ad esplicitare il federalismo etnolinguistico.

Infatti all’articolo 2 si legge: ‘’anche se nella regione vi sono vari popoli (etnie) la regione (Benishangul-Gumuz) appartiene alle seguenti etnie: Berta, Gumuz, Shinasha, Mao e Komo”.

Questo articolo è un chiaro esempio di come nel paese si perpetui e si alimenti tuttora una narrazione di divisione etnica, di noi e loro… Questa e altre saranno le questioni con le quali l’Etiopia dovrà fare i conti in futuro.