Il rumore destato dal richiamo anticipato dell’ambasciatore Sem Fabrizi da Addis Abeba, al di là dello spiacevole episodio in sé, può rappresentare l’occasione per un approfondimento critico del nostro rapporto con l’Etiopia, specialmente negli anni più recenti.
Del “caso Fabrizi” colpisce infatti la tempistica del suo allontanamento, voluto dal governo etiopico non a seguito di qualche grave crisi bilaterale, ma proprio nel momento in cui Addis Abeba sembra godere di una cambiale in bianco da parte dell’Italia, quale uno dei maggiori beneficiari del Piano Mattei.
Ampie dosi di accondiscendenza
Il segnale sembra essere chiaro: se l’Italia vuole l’amicizia del premier etiopico Abiy Ahmed deve dare soddisfazione a tutte le sue richieste, anche le più stravaganti. Da quelle sui vari progetti di cooperazione inseriti spesso a forza nel Piano Mattei, all’esonero di un Capo Missione non dotato “della giusta chimica”, malgrado il brevissimo periodo intercorso dalla sua assegnazione alla guida della nostra più importante rappresentanza diplomatica in Africa.
Vista la situazione, viene però da chiedersi perché mai il nostro paese sia così condiscendente ai vari desiderata etiopici, e per quali ragioni sia stata conferita tale priorità ad Addis Abeba nel quadro del più importante programma economico italiano rivolto al continente africano.
Non ci sono dubbi che l’Etiopia sia da sempre un paese chiave per la nostra politica in Africa, a prescindere dal colore dei nostri governi. Le numerose visite reciproche al più alto livello, la profonda amicizia fra i due popoli, e i rilevantissimi programmi di cooperazione svolti in territorio etiopico ben prima del Piano Mattei ne sono una prova fondamentale.
Tuttavia ci sono importanti sfumature più recenti da considerare.
Le problematicità del partner Etiopia
Al nostro governo attuale e ai responsabili italiani del Piano Mattei è certamente noto che l’Etiopia dal 2020 al 2022 ha conosciuto una cruenta guerra civile contro il territorio del Tigray che ha causato, con la responsabilità di quel governo, circa 600.000 vittime (in gran parte civili), un numero imprecisato di feriti ed oltre centomila donne abusate, e la devastazione del territorio tigrino e di tutte le sue risorse.
È altresì noto che dopo l’artificiale cessazione delle ostilità nel novembre 2022 nessuno dei problemi di quelle terre e di quegli abitanti è stato risolto, e che si continua a combattere, con il pericolo di una forte, nuova recrudescenza degli scontri; il rilancio economico in Tigray non è neanche iniziato, e la giustizia di transizione avviata internamente è un simulacro senza valore, che ha identificato pochi colpevoli di medio-basso livello per le stragi e i crimini di guerra (per non dire altro) avvenuti durante il conflitto.
Numerosi rapporti dei principali enti internazionali (ed anche talora etiopici) per la difesa dei diritti umani, e svariate, drammatiche testimonianze di missionari, medici e uomini d’affari italiani ed europei in loco, evidenziano una situazione deprecabile nel paese, per la distruzione delle infrastrutture e la mancanza di cibo nelle periferie lontane dai fulgori artificiali di Addis Abeba; per la chiusura coatta di scuole locali; per le condizioni di insicurezza in ampie parti del territorio statale; per il frequente ricorso dell’esercito governativo ai droni da combattimento per sedare le insorgenze regionali, causa ancora oggi di centinaia di vittime innocenti fra la popolazione civile, ed altre notevoli criticità.
È di pubblico dominio che all’indomani della guerra in Tigray, nuovi focolai di insurrezione armata anti-governativa si sono aperti con le milizie Fano nella regione Amhara, con l’Oromo Liberation Army in Oromia e con altre fazioni di combattenti nel Benishangul-Gumuz, a poca distanza dalla grande diga della Rinascita (GERD), contestata dai vicini Egitto e Sudan perché comporta un’alterazione del regime delle acque nel Nilo.
Sul piano internazionale, è risaputo che l’Etiopia è ai ferri corti con tutto il complesso vicinato del Corno d’Africa (e con la Turchia e l’Egitto), per la pretesa del premier Abiy di ottenere al più presto, eventualmente con la forza, uno sbocco portuale sul Mar Rosso, al fine di avere un controllo sui traffici del Golfo di Aden e possibilmente dotarsi di una Marina Militare.
Il misterioso guadagno dell’Italia
Questa ed altre simili piacevolezze devono essere ben conosciute a coloro che si occupano di Etiopia e di Africa in Italia; e quindi è legittimo chiedersi perché associarsi ad un partner tanto scomodo, imprevedibile e non rispettoso del diritto internazionale senza contropartite strategiche che siano quanto meno straordinarie.
Eppure non è chiaro quali siano oggi queste eccezionali convenienze politiche; al contrario, l’effetto visibile di questa partnership a tutto campo è l’inusitata richiesta etiopica di richiamo del nostro ambasciatore dopo soli dieci mesi di servizio, per motivi (quelli finora dichiarati, a meno che non se ne scoprano altri) sostanzialmente futili, specie se confrontati all’entità dei problemi internazionali del momento.
Le accennate contropartite non risiedono nel controllo delle migrazioni irregolari, poiché, con la crescita esponenziale delle economie del Golfo negli ultimi decenni, se si fugge dal Corno d’Africa è più facile, più breve e meno rischioso prendere la direzione della Penisola araba.
Non consistono nei vantaggi economici per le nostre imprese, poiché anche prima del conflitto in Tigray, delle relative devastazioni, e della sostanziale balcanizzazione attuale dell’Etiopia, già non vi erano grandi affari in corso con Addis Abeba, se si esclude il ruolo della Salini, oggi Webuild, nella costruzione delle principali dighe etiopiche.
Anzi, vi è sempre stata una serie interminabile di lamentele dei nostri imprenditori sulle lungaggini doganali, sulla pesante burocrazia, sulla mancanza di liquidità finanziaria per l’apertura delle lettere di credito, sull’inadeguatezza della fiscalità, insomma per la pratica impossibilità di riuscire a fare business serenamente nel paese.
Quanto alle riserve energetiche, esse sono davvero minime rispetto agli altri stati leader negli idrocarburi del continente. Anche per le terre rare ed i materiali strategici, l’Etiopia non è all’altezza dei paesi continentali più dotati del settore; è altresì nota la nostra difficoltà a competere in questo ambito con giganti quali la Cina, la Russia, gli USA, il Canada, l’Australia, il Sudafrica, etc.
Il chiarimento oltre la remissività
Cosa ci spinge dunque in questo abbraccio così stretto ed ineluttabile con l’attuale leadership etiopica, che dal canto suo non ci risparmia gli imbarazzi descritti? Cosa induce la Farnesina a richiamare frettolosamente il Capo Missione scelto in modo accurato meno di un anno prima, invece di difenderlo?
Chissà che la triste storia del ritiro anticipato dell’ambasciatore Fabrizi non risulti alla fine un salutare scossone alla remissività italiana nei confronti di Addis Abeba; una scarica inattesa, ma propedeutica ad un chiarimento complessivo nei rapporti bilaterali odierni, e circa il rispettivo significato della parola partenariato.
*Giuseppe Mistretta è stato ambasciatore italiano in Etiopia (2014-2017) ed è autore del libro Tigray, la guerra invisibile (Luiss University Press, 2025)