Società / Informazione
Nazione in forte crescita economica e dove la soglia di povertà è passata dal 44% al 30% in 15 anni. Ma dove contemporaneamente aumentano le diseguaglianze e le istituzioni esercitano un controllo sempre più stretto sui mezzi d'informazione, impedendo il dibattito pubblico.

Due rapporti pubblicati la scorsa settimana descrivono un’Etiopia che si trasforma a velocità differente, se non contrastante, in campi cruciali per la stabilità del paese. Sarebbe infatti in rapida evoluzione dal punto di vista economico ma in netta involuzione dal punto di vista delle libertà di stampa e di espressione. 

Il primo documento, pubblicato dalla Banca Mondiale, assicura che dal 2000 ad oggi la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà è passata dal 44% al 30%. La locomotiva di un così rilevante miglioramento delle condizioni di una fascia consistente della popolazione sarebbero gli investimenti in agricoltura che, dal 2005 in avanti, avrebbero garantito una consistente riduzione annuale del tasso di povertà. Il rapporto stima che un solo programma governativo a sostegno dello sviluppo economico delle zone rurali, il “Productive Safety Net Program” abbia spinto fuori dalla povertà un milione e mezzo di persone. Se poi si paragona la velocità di riduzione della povertà con quello di altri paesi africani, si deve ammettere che si sono fatti passi significativi; solo l’Uganda, in tutto il continente, avrebbe fatto meglio. Sarebbero migliorati anche gli indici nutrizionali. Ora le persone malnutrite sarebbero il 35%, contro il 75% del 1990. Un decisivo passo avanti in un paese che ha sempre rappresentato l’icona della fame.

Tuttavia sono ancora 37 milioni le persone sotto la soglia di povertà o appena sopra e dunque estremamente vulnerabili. Il rapporto osserva inoltre che gli strati sociali più svantaggiati sono ora più poveri che nel passato, soprattutto per l’aumento rilevante dei prezzi degli alimenti di base, che li rende per loro inaccessibili. Si può dunque affermare che i contadini meno poveri in partenza hanno migliorato le proprie condizioni a discapito di quelli più poveri. E questa è una contraddizione rilevante da tener presente nell’analisi complessiva del modello seguito in Etiopia per la crescita economica. Val solo la pena ricordare che il paese è uno dei maggiormente investiti dal fenomeno del land grabbing. Andrebbe perciò valutato quanto gli investimenti in agricoltura per l’esportazione contino nella crescita, ma anche nell’aumento della povertà degli strati sociali più svantaggiati.

Il secondo rapporto dal titolo “Journalism is Not a Crime: Violations of Media Freedom in Ethiopia” è stato presentato a Nairobi da Human Rigths Watch il 22 gennaio. Vi si afferma che, dal 2010, la libertà di stampa è stata progressivamente e clamorosamente limitata. Il rapporto, basato su interviste a 70 giornalisti, molti dei quali in esilio, ha rilevato abusi ricorrenti, fino all’arresto di 19 di essi. Una sessantina sono stati invece spinti all’esilio. Nel solo 2014, sei giornali indipendenti hanno chiuso in seguito ad una campagna dei mezzi di comunicazione ufficiali che li ha accusati di essere espressione di gruppi terroristici. Le intimidazioni hanno colpito tutto il personale, compresi tipografi e distributori e sono diventate accuse penali contro i redattori. Tre dei proprietari sono stati condannati a tre anni di reclusione per collusione con gruppi terroristici. Il rapporto sostiene che le accuse portate contro di loro altro non erano che articoli critici nei confronti del governo. Accusati di terrorismo anche i blogger di Zone 9, molto seguiti dai giovani, sei dei quali sono stati arrestati in aprile; il processo contro di loro è stato rimandato sei volte e non si è ancora svolto.

I mezzi di comunicazione in Etiopia sono per la maggior parte governativi o filogovernativi, diffondono esclusivamente le posizioni del governo e celebrano i suoi risultati nello sviluppo. Ferreo è soprattutto il controllo della radio che raggiunge anche le zone rurali più isolate e gli strati sociali più svantaggiati. Anche le radio private sono soggette ad autorizzazione da parte di funzionari governativi per trasmissioni politiche. Bloccati anche blog e social media, in particolare quelli gestiti da etiopi della diaspora.

Una situazione estremamente preoccupante, insomma, soprattutto in vista delle prossime elezioni, come ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione Lesile Lefkow, vice direttrice di Human Rights Warch per l’Africa: «I media etiopi dovrebbero svolgere un ruolo cruciale nelle elezioni di maggio, e invece molti giornalisti temono di ritrovarsi buttati in prigione per il loro prossimo articolo».

Complessivamente emerge dunque un quadro ben poco incoraggiante, in cui uno sviluppo economico rilevante finisce per aumentare le diseguaglianze e in cui il potere politico controlla ferreamente l’informazione per impedire che cresca il dibattito e l’analisi delle suo operato.

Nella foto in alto il viale Churchill ad Addis Abeba (Fonte: MamaEtiopia). Nella foto sopra due contadini etiopi che coltivano pomodori.