Il ministro degli Esteri etiopico Gedion Timothewos, in una lettera indirizzata al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterrez, ha accusato il governo eritreo e una fazione del Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF) di collusione al fine di “muovere una guerra” contro l’Etiopia, sostenendo che i due lavorino insieme in una nuova alleanza chiamata “Tsimdo”.
Le due entità politiche sono state inoltre accusate di “finanziare, mobilitare e dirigere gruppi armati come i miliziani amhara FANO per allargare il conflitto” e sarebbero stati coinvolti in una recente offensiva dei ribelli stessi per conquistare la città amhara di Woldiya, con ulteriori scontri segnalati a Raya e Welkait.
Tutto ciò, secondo il ministero, in violazione dell’Accordo per la cessazione permanente delle ostilità e una pace duratura, firmato tra il governo federale e il TPLF nel 2022 a Pretoria, al termine di due anni di guerra civile.
L’Eritrea, secondo quanto scritto nella lettera a Gutierrez, è ritenuta “la principale artefice di queste attività nefaste” che mirano a “destabilizzare e frammentare l’Etiopia” con il pretesto di sentirsi minacciata dal “tentativo dell’Etiopia di ottenere un accesso al mare”.
A tale riguardo, Gedion ha ribadito che l’Etiopia intende perseguire l’accesso al mare “con mezzi pacifici”, sottolineando che il governo cerca “meccanismi di integrazione economica vantaggiosi sia per l’Eritrea che per l’Etiopia”.
Ha affermato che la visione dell’Etiopia è “prosperità condivisa attraverso un’integrazione che preservi l’integrità territoriale e la sovranità di entrambi gli stati”.
Ribadendo la disponibilità dell’Etiopia a impegnarsi in “negoziati in buona fede”, il ministro ha esortato la comunità internazionale a fare pressione sull’Eritrea affinché cessi quelli che ha descritto come “atti di ostilità diretti e indiretti” e perché “rispetti la sovranità e l’integrità territoriale dell’Etiopia”.
Lo scorso luglio, d’altro canto, il ministro degli Esteri aveva indirizzato una lettera anche al Segretario di stato americano Marco Rubio, già allora accusando l’Eritrea di “cooperare e coordinarsi” con una fazione del TPLF e altri gruppi armati, per lanciare offensive durante la stagione delle piogge, violando in tal modo il diritto internazionale e minacciando la fragile condizione di sicurezza in tutto il Corno d’Africa.
Il TPLF nega le accuse
La replica è arrivata pochi giorni dopo con un’altra lettera a Guterrez, nella quale il TPLF definisce “totalmente infondate”, “inaccurate e politicamente motivate” le accuse mosse dal governo federale, che il partito tigrino sostiene sia “intenzionato a distogliere l’attenzione della comunità internazionale attraverso storie inventate e campagne diffamatorie”.
Nella lettera si afferma che le nuove interazioni tra le comunità del Tigray e dell’Eritrea “avrebbero dovuto essere riconosciute come un passo positivo e costruttivo verso la costruzione della pace e la riconciliazione regionale, piuttosto che essere travisate come una cospirazione per un rinnovato conflitto”.
L’allarme della diaspora eritrea
Un mese fa anche il Movimento eritreo globale Yiakl (Global Yiakl Eritrean Movement), organizzazione eritrea che sostiene di “rappresentare gli eritrei in tutto il mondo e di essere impegnata per la giustizia, la democrazia e i diritti umani”, ha scritto ai vertici di numerose entità internazionali – Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea, Lega Araba, Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) – e paesi più influenti, lanciando con urgenza un allarme sull’imminente minaccia di una ulteriore guerra tra Etiopia ed Eritrea.
Un nuovo conflitto – secondo il comunicato – provocherebbe un disastro assoluto per le popolazioni di entrambe le nazioni, ancora provate da sfollamenti, povertà, traumi da guerra e difficoltà economiche. Innescherebbe inoltre una grave crisi umanitaria, destabilizzerebbe ulteriormente il Corno d’Africa e creerebbe un vuoto di sicurezza sfruttabile da gruppi estremisti.
Inoltre, le manovre geopolitiche di attori regionali e internazionali rischiano di infiammare questa instabile polveriera.
Il gruppo denuncia le apparenti intenzioni belliche del governo di Addis Abeba, desideroso di occupare il porto eritreo di Assab, violando i principi fondamentali della Carta dell’ONU e dell’Atto costitutivo dell’Unione Africana che sanciscono la sovranità e l’integrità territoriale degli stati membri.
Lo stanziamento di truppe sui confini con l’Eritrea confermerebbe, secondo Yakl, le intenzioni non pacifiche di Addis Abeba. D’altro lato il movimento accusa il regime eritreo e il presidente Isaias Afwerki di sfruttare cinicamente la minaccia etiopica per rafforzare la sua presa autoritaria sulla popolazione dell’Eritrea.
Il timore del conflitto, infatti, funge da comodo pretesto per il regime per giustificare la sospensione in corso della Costituzione ratificata nel 1997, negando così al popolo eritreo i diritti umani e democratici fondamentali.
La denuncia del movimento Yakl è, in altri termini, che la minaccia esterna venga utilizzata come strumento per mantenere il paese su un piede di guerra permanente, perpetuare il sistema abusivo del servizio di leva nazionale a tempo indeterminato – che le Nazioni Unite hanno definito una forma di schiavitù – e soffocare qualsiasi richiesta di riforma democratica.
L’invito del movimento Yakl alle organizzazioni citate in precedenza è che venga esercitata sui due contendenti la pressione necessaria per evitare che giungano allo scontro.
In particolare, infine, insistendo con il governo eritreo affinché ponga fine alle politiche repressive, attui la sua Costituzione e rispetti i diritti umani dei suoi cittadini, che meritano di vivere in libertà e sicurezza.