Etiopia: difensori dei diritti umani sempre più sotto attacco - Nigrizia
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Un rapporto denuncia un progressivo restringimento delle libertà e un aumento di repressione e censura negli ultimi cinque anni
Etiopia: difensori dei diritti umani sempre più sotto attacco
12 Dicembre 2025
Articolo di Redazione
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In Etiopia ieri la Commissione elettorale ha annunciato che le elezioni politiche si terranno il 1° giugno 2026. Nel frattempo è stato pubblicato un report dal titolo inequivocabile: “L’illusione del progresso: difensori dei diritti umani etiopici sotto attacco, nel quale si denuncia una crescente stretta repressiva delle libertà.

Il rapporto stato composto per opera di due importanti organizzazioni per i diritti umani: l’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani, legato alla Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH), e l’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT), e descrive in modo dettagliato la politica governativa degli ultimi anni nell’ambito, appunto, del rispetto dei diritti umani.

Il report denuncia un forte deterioramento dello spazio civico in Etiopia, a partire dal 2020, ed è basato su interviste e questionari rivolti a difensori dei diritti umani, nel paese e esiliati, ex leader della società civile, attivisti e personale della Commissione etiopica per i diritti umani (EHRC). 

Vi si osserva come, dopo l’iniziale politica di apertura alle riforme da parte dell’allora neo-eletto primo ministro Abiy Ahmed, nel 2018, che inclusero il rilascio di molti prigionieri politici, la chiusura del famigerato centro di detenzione di Maekelawi, l’abrogazione di leggi restrittive del 2009 e altre riforme che seguirono, come nuove leggi di maggiore apertura alla società civile (2019), un impegno nella lotta al terrorismo (2020) e per la libertà di stampa (2021), questi progressi siano stati “di breve durata, insufficienti e insinceri”.

Da qualche anno in Etiopia, sostiene il rapporto, le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani hanno dovuto affrontare crescenti restrizioni, tra cui molestie, minacce, arresti arbitrari, intimidazioni ed esilio forzato.

Afferma che il governo non tollera manifestazioni pacifiche a meno che non siano organizzate a suo favore, e che l’uso eccessivo della forza ha spesso causato vittime. Il consolidamento del Partito della Prosperità, i disordini seguiti all’assassinio del cantante oromo Hachalu Hundessa e lo scoppio della guerra nel Tigray sono citati dal rapporto come eventi che hanno innescato una “forte repressione dello spazio civico”, annullando i precedenti guadagni e manifestando una crescente intolleranza per il dissenso.

Nel rapporto viene tra l’altro citato Abiy Ahmed per quanto dichiarato in parlamento nel luglio 2024: «Le istituzioni che si autoproclamano ‘organismi per i diritti umani’ in realtà non servono i diritti umani, ma sono spinte da motivazioni politiche», ha affermato il primo ministro.

Nel documento si evidenzia inoltre il reiterato ricorso allo stato d’emergenza, sia per affrontare l’epidemia del Covid-19 che a causa dei conflitti armati, che è servito al governo per assumere misure che “sono andate costantemente ben oltre lo stretto necessario”, portando a divieti di assembramento, censura e arresti senza mandato contro critici, giornalisti e attivisti.

Citando i dati del collettivo Ethiopian Press Freedom Defenders (EPFD), il rapporto registra 244 arresti che hanno coinvolto 201 giornalisti e operatori dei media tra il 2019 e il 2024. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), inoltre, almeno 54 giornalisti etiopici dal 2020 ad oggi, temendo di essere arrestati, hanno lasciato il paese. Al di là del controllo sui media e su quanto producono, si legge nel rapporto di torture e sparizioni forzate soprattutto nei centri di detenzione non ufficiali.

Il campo militare di Awash Arba, è descritto da varie persone intervistate come il sito principale in cui risiedono i detenuti arrestati nell’ambito delle misure di sicurezza. Riguardo ad esso, varie testimonianze descrivono percosse, finte esecuzioni, privazione del sonno, esposizione a temperature estreme, negazione di cibo, acqua e cure mediche.

L’EHRC ha documentato 200 casi di sparizioni forzate tra il 2022 e il 2024, tra cui giornalisti, attivisti e personaggi di spicco della comunità. Fa riferimento anche all’uccisione di 16 leader del Karayu Gadaa (i riti iniziatici degli oromo) nel 2021, e all’uccisione dei giornalisti Dawit Kebede Araya e Sisay Fida, e dell’attivista per i diritti umani Bate Urgessa. Omicidi riguardo ai quali sono state più volte bloccate le indagini per giungere a identificare i colpevoli. 

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