«Sarà una guerra lampo», aveva detto il primo ministro Abiy Ahmed annunciando l’operazione militare in Tigray, allo scopo di rimuovere il Tplf (Fronte popolare per la liberazione del Tigray) dal governo della regione in cui aveva stravinto le elezioni, non autorizzate da Addis Abeba. E aveva cercato di tener fede alle promesse.

Dichiarata all’inizio dello scorso novembre come risposta ad un attacco del Tplf al comando dell’armata del nord dell’esercito nazionale di stanza a Macallé, la capitale regionale, l’operazione si era ufficialmente conclusa alla fine dello stesso mese, con l’entrata delle truppe governative nella città. Un’avanzata, sostenuta anche dalle truppe eritree e dalle milizie amhara, macchiata da massacri e atrocità. Ma nonostante la volontà di fiaccare il nemico in tutti modi, l’operazione militare non è andata come il primo ministro aveva previsto.

Quasi dieci mesi dopo, il conflitto si è ormai diffuso e rischia di mettere in gioco lo stesso assetto politico-amministrativo del paese, oltre alla sua immagine internazionale e alla stabilità stessa dell’intera regione del Corno e dell’Africa orientale.

Le forze tigrine – Tigray Defence Forces (Tdf), l’esercito regionale che ha assorbito le milizie dei diversi partiti della regione, comprese quelle del Tplf -, ben lontane dall’essere state debellate nella prima fase della guerra civile, come frettolosamente dichiarato dal governo di Addis Abeba, in primavera sono passate all’offensiva. Non solo hanno ripreso il controllo dell’intero Tigray ma hanno spinto i combattimenti nella regione Afar e in quella Amhara.

Nell’Amhara, in particolare, stanno avanzando velocemente. Controllano ormai importanti centri abitati, compresi alcuni capoluoghi distrettuali e la stessa Lalibela, famosa per le chiese rupestri monolitiche, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Il governo ha risposto chiamando alla mobilitazione generale i giovani e tutte le forze regionali e le milizie del paese. Finora, però, il provvedimento non è servito a fermare l’offensiva tigrina che conta ormai su diverse significative alleanze. All’inizio di agosto, per esempio, il vicecomandante delle forze speciali afar si è unito alle Tdf che gli hanno affidato l’amministrazione dei territori controllati nella sua regione.

Ma l’accordo più significativo è quello con un altro importante gruppo di opposizione armata, l’Esercito di liberazione dell’Oromia (Ola), la regione in cui si trova Addis Abeba e di cui è originario lo stesso primo ministro. Tdf e Ola sono accomunati dalla definizione di gruppo terroristico, improvvidamente approvata dal parlamento federale, su proposta del governo, che così ha reso molto complicata l’eventuale apertura di un tavolo negoziale che porti alla conclusione della gravissima crisi.

In questi giorni, secondo i rapporti di Eepa, un’organizzazione di advocacy europea di solito molto ben informata, le forze dell’Ola starebbero combattendo addirittura nelle vicinanze di Addis Abeba – Finfinee in lingua oromo, e con questo nome si trova talvolta indicata nelle cronache di questi giorni – e controllerebbero la strada che la collega a Moyale, al confine con il Kenya, una delle vie di comunicazione più importanti del paese.

La guerra in Tigray ha inoltre acutizzato numerosi conflitti locali. All’inizio di aprile lo stesso Abiy Ahmed aveva dichiarato che l’esercito nazionale combatteva su almeno otto fronti. Senza contare i conflitti inter-comunitari, come quello del Benishangul-Gumuz, esploso lo scorso dicembre, quello con gli oromo della regione Amhara e più recentemente quello tra afar e somali che ha reso difficili per qualche giorno le comunicazioni con Gibuti, cioè la strada e la ferrovia su cui passano gran parte dei rifornimenti del paese.

Ormai i gruppi di opposizione alleati al Tdf dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di rovesciare il governo di Abiy Ahmed mentre il Tdf aggiunge che non si fermerà fino a quando non sarà garantito ai tigrini il diritto all’autodeterminazione, che, decodificato, significa il riconoscimento dell’indipendenza.

Emergenza umanitaria e violazioni dei diritti umani

Il conflitto ha inoltre creato una situazione umanitaria a dir poco critica, con milioni di sfollati in diverse zone del paese, decine di migliaia di profughi che hanno cercato protezione in Sudan, centinaia di migliaia di persone sull’orlo della carestia e della morte per fame. Ma il governo di Addis Abeba viene accusato di rendere difficili le operazioni umanitarie, anzi, nelle scorse settimane ha fermato le operazioni, temporaneamente dice, di due grosse organizzazioni internazionali – Medici senza frontiere e Consiglio norvegese per i rifugiati – specializzate nell’aiuto alla popolazione durante le emergenze.

Ripetute e autorevoli, infine, le accuse di abusi e violazioni dei diritti umani fondamentali. All’inizio di agosto Amnesty International ha diffuso un rapporto in cui si denunciano le violenze sessuali, diffusissime e tremende, come arma di guerra. Nei giorni scorsi Human Rights Watch ha invece messo in evidenza gli innumerevoli abusi perpetrati sui cittadini etiopici di origine tigrina, giusto in quanto tigrini.

L’isolamento di Addis Abeba

A fronte di questa situazione, il primo ministro Abiy Ahmed ha finora rifiutato ogni offerta di mediazione. L’ultima, respinta in malo modo, quella del primo ministro sudanese Abdalla Hamdok, avanzata nel suo ruolo di presidente dell’Igad, l’organizzazione cui è generalmente demandato il compito di condurre i negoziati per la risoluzione delle crisi regionali.

Anzi, quasi a segnare un passo indietro rispetto alla comunità internazionale, Addis Abeba si prepara a chiudere, o a depotenziare, la metà delle sue ambasciate. Tra le altre, quelle di Washington, Roma, di numerosi paesi europei e di Nairobi. Le prime due sono state chiuse nei giorni scorsi, mentre circolano voci che i due ambasciatori abbiano chiesto rifugio politico nei paesi in cui prestavano servizio.

Le ragioni ufficiali del provvedimento sarebbero economiche. Addis Abeba ha bisogno di risparmiare perché la guerra, scatenata nel pieno della pandemia da Covid-19, è già costata enormemente. Secondo dichiarazioni ufficiali, solo per la ricostruzione e la risposta ai bisogni umanitari, sarebbero stati spesi circa 2,2 miliardi di dollari. Non vi sono conteggiate le spese militari vere e proprie, che avrebbero superato in sei mesi tutto il budget dello stato per quest’anno.

La crisi è segnalata anche da alcuni fatti, quali la rinuncia alla licenza per operare nel paese della Mtn, un colosso delle telecomunicazioni che aveva molto spinto per accedere al vastissimo mercato etiopico. Anche la keniana Safaricom ha ridotto la sua offerta. In questo campo solamente, Addis Abeba avrebbe perso più di un miliardo di dollari nelle ultime settimane. Ridimensionati anche gli investimenti cinesi, dal momento che il paese non ha potuto pagare regolarmente le rate del suo debito.

Il salvagente turco

In questo panorama a dir poco problematico, spicca la visita di Abiy Ahmed ad Ankara, dove ha avuto incontri definiti come molto positivi con Erdogan. Il presidente turco si è detto disponibile a mediare la crisi del Tigray e anche quella con il Sudan per il territorio contestato di al-Fashaga, di cui evidentemente aveva discusso la settimana precedente, durante la visita del presidente del consiglio sovrano sudanese, Abdel Fattah al-Burhan. Durante le due visite si sono anche firmati accordi per la cooperazione militare e la fornitura di armamenti. Ed è arrivata anche una promessa di investimenti per 2,5 miliardi di euro.

Il rinnovato attivismo turco in un momento tanto complesso non può non essere considerato come un altro elemento critico che potrebbe complicare sia la situazione interna del paese che quella dell’intera regione.

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