Li chiamano falasha («esiliati»). Ma loro hanno sempre preferito definirsi beta israel («la casa di Israele»). Le origini degli ebrei etiopici, una delle più antiche comunità ebraiche africane, sono avvolte nel mistero. Secondo una leggenda sarebbero i discendenti degli ebrei che seguirono Menelik I (figlio di re Salomone e della regina di Saba) quando questi rientrò in Etiopia dalla Palestina. Secondo un’altra versione discenderebbero da un gruppo di ebrei che, invece di seguire Mosè nel suo viaggio verso la Terra promessa, risalì il Nilo fino al Lago Tana. Alcuni studiosi sostengono, invece, che le loro origini risalgono alla tribù scomparsa di Dan. Altri ancora che i loro antenati sarebbero etiopici cristiani tornati allo studio dell’Antico Testamento.

Al di là delle origini, la vita in Etiopia per i beta israel è sempre stata molto dura. I negus li ritenevano cittadini con uno status inferiore e quindi li discriminavano. Solo Hailé Selassié concesse loro maggiori diritti, ma l’avvento al potere del «negus rosso» Mengistu Hailè Mariàm li ricacciò nelle persecuzioni.

Il loro giudaismo è di tipo particolare, poiché essi riconoscono come dottrina e come culto solo il Pentateuco, ignorano l’ebraico e utilizzano il ge’ez (etiopico arcaico) come lingua di culto. Nonostante queste particolarità, però, nel 1975 il Gran rabbinato d’Israele li riconobbe come autentici ebrei. Questo fornì al governo di Gerusalemme il pretesto di organizzare due ponti aerei per portare i beta israel nella Terra promessa. L’Operazione Mosè (1984) e l’Operazione Salomone (1991) trasferirono quasi 25mila persone in Israele (si dice con la complicità interessata del regime di Menghistu che avrebbe ricevuto un lauto compenso per farli fuggire).

Nel nuovo paese ricevettero un trattamento duro. Appena arrivati, il rabbinato impose loro una conversione rituale e non riconobbe il ruolo religioso dei kes, i loro sacerdoti. Questo offese la comunità etiopica che si sentì emarginata. Convinzione rafforzata dalla difficoltà di integrazione di un popolo che, abituato a vivere secondo ritmi di vita arcaici, faceva fatica ad adeguarsi alla società postmoderna israeliana. E, infatti, nonostante i diversi governi nel tempo abbiano messo in campo numerosi servizi sociali ed educativi, i beta israel hanno continuato a vivere ai margini, dovendo fare i conti con una disoccupazione al di sopra della media nazionale, difficoltà linguistiche (in molti parlano ancora solo tigrino o amarico), devianza giovanile, ecc. Per molti ragazzi l’unica vera occasione per sentirsi accettati è arruolarsi nell’esercito israeliano.

Diversa, invece, la storia degli ebrei eritrei. Eredi di una comunità livornese trasferitasi nel XVII secolo in Yemen e poi nel XIX secolo a Massaua, gli ebrei eritrei hanno convissuto per decenni con i colonizzatori italiani. Dopo il duro periodo delle leggi razziali fasciste, la comunità è prosperata nel periodo britannico arrivando a contare fino a 900 persone. La guerra d’indipendenza tra Eritrea ed Etiopia e le discriminazioni operate dal regime di Menghistu li ha portati lentamente a emigrare. Oggi rimane solo un ebreo ad Asmara. Si chiama Samy Cohen, è lui l’ultimo erede della comunità. Ed è lui che si occupa della piccola sinagoga e del cimitero ebraico.

Nella foto sopra un militare israeliano di origine falasha.