Etiopia: l’Italia alla corte di Abiy, i diritti umani sono un ricordo
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Il Piano Mattei investe e molto su Addis Abeba senza che nulla venga fatto rispetto ai crimini commessi in Tigray e anche in Amhara
Etiopia: l’Italia alla corte di Abiy, i diritti umani sono un ricordo
La premier Meloni ha incontrato l'omologo etiopico al Summit ONU sulla sicurezza alimentare
30 Luglio 2025
Articolo di Giuseppe Mistretta*
Tempo di lettura 7 minuti
La premier Meloni accolta ad Addis Abeba dall'omologo Abiy Ahmed. (Crediti: profilo X del premier Abiy Ahmed)

Fu Lord Palmerston, austero primo ministro britannico dell’epoca, a sostenere di fronte alla Camera dei Comuni nel 1863 che la politica estera deve essere dettata solo dagli interessi concreti delle nazioni, lasciando da parte gli aspetti etici.

A circa 160 anni di distanza, il rapporto del nostro governo con l’Etiopia sembra ispirato dalle stesse convinzioni.

Malgrado la carneficina della guerra civile etiopica svoltasi con epicentro nella regione settentrionale del Tigray dal 2020 al 2022, con oltre 600mila vittime (a oggi, circa dieci volte le vittime nella Striscia di Gaza), 130mila donne vittime di stupro, e quattro milioni di persone etiopiche sfollate, le relazioni di Roma con Addis Abeba continuano a essere straordinariamente amichevoli e intense.

Una special relationship 

Dal 26 al 28 luglio scorso, ad Addis Abeba, Giorgia Meloni ed il controverso premier etiopico Abiy Ahmed si sono incontrati per la settima volta, in poco più di due anni: un record assoluto, e un nuovo motivo di vanto per l’ex premio Nobel per la Pace (2018).

Sebbene quest’ultima occasione di dialogo sia stata determinata dal vertice ONU sui sistemi alimentari, svoltosi appunto nella capitale etiopica e co-presieduto dai due paesi, ampie parentesi della missione della presidente del consiglio sono state dedicate alla cooperazione e ai rapporti economici e politici bilaterali. Se ne è auspicato un ulteriore incremento, come affermato nella Dichiarazione congiunta firmata dai due leader il 27 luglio.

Dal 2021, si valutano in 310 milioni di euro gli impegni della nostra cooperazione e del Fondo clima in Etiopia, paese che è con la Tunisia il principale beneficiario del Piano Mattei.

Fra i numerosi progetti approvati finora, spicca la “Riqualificazione ed il risanamento ambientale del parco del Lago Boye”, nella città di Jimma, principale constituency politica dello stesso premier Abiy, a cui erano stati destinati 25 milioni di euro dall’Italia, per metà a dono e per metà a credito concessionale, aumentati adesso a 42 milioni a seguito di quest’ultima missione, come riferiscono fonti vicine alla questione.

Si tratta di una elargizione che, per il suo ammontare e le sue modalità, lascia perplessi gli economisti internazionali, tenuto conto delle disastrate condizioni economiche del paese, in default finanziario dallo scorso anno, e delle esigenze reali delle sue popolazioni.

Da parte italiana si annoverano altresì primari progetti infrastrutturali, come la diga di Koysha sul fiume Omo (realizzazione targata Webuild, con garanzia Sace di 80 milioni di euro); programmi per la resilienza climatica del paese; un significativo sostegno alla filiera locale del caffè; l’ avvenuto completamento del Piano triennale di cooperazione 2023-2025 per circa 140 milioni, di cui 40 a dono, e la promessa di un imminente, nuovo programma triennale 2026-2028; numerosi progetti nel settore idrico, dell’agricoltura, della formazione e della salute.

L’amnesia Tigray 

Appare tuttavia plausibile avanzare qualche dubbio sulla tempistica di questo sforzo straordinario.

Potrebbe ritenersi che esso sia dovuto al tentativo encomiabile di rilanciare economicamente l’Etiopia, dopo le devastazioni della guerra civile; la quale fra l’altro prosegue sotto altre forme e caratteristiche negli stati-regione dell’Oromia e dell’Amhara, dove milizie armate combattono da due anni contro l’esercito governativo per ottenere maggiore autonomia dal governo centrale.

Sono migliaia le vittime di queste ostilità, riportate ormai soltanto dai quotidiani bollettini dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari.

In realtà quelle distruzioni, atrocità e vittime sono quanto meno al 50% responsabilità del governo etiopico attuale- ancora saldamente in sella – a cui l’Italia, l’Europa e l’Occidente, per una volta al fianco di Cina, Russia, monarchie del Golfo e Turchia, offrono fiumi impetuosi di finanziamenti, che travolgono nell’oblio le memorie delle brutalità accadute.

Le politiche più controverse di Addis Abeba 

Prima di tornare sulle autentiche motivazioni del rinnovato impegno italiano, ecco un breve elenco degli aspetti più stridenti della politica etiopica recente, specialmente in tema di diritti umani, rule of law e principi del buon governo:

L’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU, vari esperti internazionali nominati dal Consiglio dei diritti umani a Ginevra, Amnesty International, Human Rights Watch, altri organismi e ONG hanno denunciato ripetutamente, durante e dopo la guerra civile del 2020-2022, gravi violazioni del diritto umanitario, configurabili come crimini di guerra, a carico anche delle forze governative.

Particolarmente esecrabile, il ricorso del governo a bombardamenti indiscriminati con droni contro le proprie popolazioni civili, eseguiti non solo in Tigray, ma negli ultimi due anni anche in Oromia ed in Amhara.

Dalla fine della guerra civile tigrina a oggi, non è stato seriamente avviato un percorso verificabile e credibile di giustizia di transizione, per cui appare molto elevato il rischio di una impunità generalizzata dei responsabili politici e militari delle varie atrocità avvenute.

Il Fragile State Index 2024 pone l’Etiopia fra i paesi più vulnerabili, a poca distanza da Somalia, Haiti, Yemen, Sudan e Afghanistan, principalmente per gli effetti devastanti sull’economia e sulla società dai conflitti accaduti o ancora in corso sul suo territorio.

Nel frattempo, il governo ha cambiato in senso ultra-moderno, grazie a cospicui finanziamenti emiratini, il volto della capitale Addis Abeba, attuando trasferimenti forzosi degli abitanti di interi quartieri storici cittadini, come Piazza, Kasancis ed altri ancora, incurante dei diritti di decine di migliaia di abitanti metropolitani, e della perdita di un’inestimabile patrimonio culturale.

La crisi economica e la carestia succedute alla guerra hanno determinato un grave impoverimento di ampie fasce delle popolazioni urbane e rurali, che si aggrava a causa delle condizioni di insicurezza generale del paese (con una diffusione del fenomeno dei rapimenti a fini di estorsione), e della difficoltà di avviare iniziative economiche spontanee nelle zone colpite dalle operazioni belliche.

Sul piano politico regionale, si assiste oggi ad un aumento delle tensioni fra Eritrea ed Etiopia, a causa del dichiarato obiettivo del premier Abiy di conquistare “con le buone o con le cattive” un accesso del suo paese al Mar Rosso, modificando unilateralmente i confini etiopici e della regione.

Una realpolitik senza qualità 

Queste ed altre gravi criticità non paiono influire minimamente né sulla generosa politica di sostegni finanziari attuati dal nostro paese verso il governo di Addis Abeba, né sul ritmo degli incontri bilaterali fra i due primi ministri.

La ragione di fondo risiede nella necessità di non perdere il nostro posizionamento geostrategico in Etiopia, a vantaggio di attori spregiudicati sullo scacchiere regionale come Russia, Cina, Turchia, paesi del Golfo, Arabia Saudita, nonché altri competitor europei, fra cui Francia e Germania.

In nome degli interessi economico-finanziari in gioco in Etiopia, e di un mercato potenziale di 120 milioni di persone, il nostro paese ha deciso, del tutto legittimamente, di giocare una partita all’insegna della stessa spregiudicatezza e bassa sensibilità etica che caratterizza i paesi autocratici prima citati.

Sarebbe bastato poco per rendere più presentabile il nostro sostegno bilaterale, creando un minimo di parallelismo (per non usare il termine condizionalità) fra le nostre iniziative e i miglioramenti attesi sul fronte dei diritti umani e della giustizia di transizione, non limitandosi ad assentire acriticamente a tutte le richieste di Abiy nei confronti dell’ Italia.

Tanto più che il nostro rapporto con Addis Abeba è antico e profondo, e poteva consentire una maggiore maturità del dialogo. Ma la politica odierna non consente queste sfumature, e preferisce seppellire i diritti umani sotto la pietra tombale del cosiddetto “pragmatismo”, che ci fa perdere ogni credibilità, come italiani e come europei, quando evochiamo i valori umanitari su altri scenari di crisi.

* già ambasciatore italiano in Etiopia (2014-2017), è anche autore del libro Tigray, la guerra invisibile, Luiss University Press, 2025.

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