La decisione dopo gli studi sull’impatto sociale
La Banca Europea per gli Investimenti (Bei) si è ritirata dal progetto della mega diga Gibe III, in Etiopia, dichiarando ufficialmente di non essere più coinvolta nel finanziamento dell’infrastruttura. La società civile: «ora anche l’Italia»

Attraverso un comunicato diffuso lunedì 19 luglio, la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) ha fatto sapere di aver interrotto lo studio sull’impatto sociale che la diga Gibe III avrebbe avuto sulla popolazione della valle del fiume Omo e del Lago Turkana, a ridosso del confine con il Kenya. La ragione? «Il governo etiopico ha trovato fonti alternative di finanziamento». La Bei, scegliendo una via d’uscita di basso profilo, ha inoltre precisato che la decisione non è stata in alcun modo influenzata «dai risultati preliminari della ricerca».

Si tratta di un progetto colossale, che segue i precedenti di Gibe I e Gibe II, messo a punto dall’italiana Salini Costruttori S.p.a.: una diga che, una volta conclusa, raggiungerà i 243 metri di altezza, producendo, secondo le stime, 1,870 megawatts. Il costo sarà di 1 miliardo e mezzo di euro, finanziati, tra gli altri, dall’Italia, con un prestito di 250 milioni di euro.

Secondo le organizzazioni della società civile, la diga, intervenendo sul naturale corso delle piene del fiume Omo, causerà gravi conseguenze su mezzo milione di persone, che da questo dipendono. Dopo le forti pressioni attuate da organizzazioni come Survival International e la Campagna per la riforma della Banca Mondiale (Crbm), la Bei ha finanziato ricerche indipendenti, che, tuttavia, si rifiuta di pubblicare.

La Crbm ha presentato un ricorso alle autorità competenti per rendere pubbliche le informazioni contenute in questi studi, che, secondo fonti citate dalla stessa organizzazione, conterrebbero «risultati negativi». «Rifiutandosi di criticare apertamente il progetto e di proporre al governo etiopico progetti alternativi, – dichiara Caterina Amicucci della Crbm – la Bei dimostra di non esser capace di promuovere lo sviluppo sostenibile in Africa e di fatto ha aperto una strada in discesa all’entrata dei cinesi».

Cinesi che hanno già approvato uno stanziamento di 500 milioni di dollari per il progetto. La Crbm chiede, infine, che «il ministro degli Esteri italiano prenda finalmente atto dell’inadeguatezza di Gibe III», fermando il finanziamento italiano al progetto.