Una battaglia della Campagna per la riforma della Banca mondiale
La cooperazione non pagherà i previsti 250 milioni di di euro a copertura del miliardo e mezzo necessario alla ditta Salini per realizzare un’opera che avrebbe effetti devastanti sull’ecosistema della valle dell’Omo e sulle popolazioni locali.

Il ministero degli esteri italiano non concederà alcun prestito al governo etiopico per la realizzazione della controversa diga di Gibe III, sul fiume Omo. La cooperazione, quindi, non staccherà il previsto assegno di 250 milioni di euro, a copertura parziale del miliardo e mezzo necessario per far sorgere lo sbarramento.

 

La comunicazione formale è stata ricevuta dalla Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) da parte delle autorità ministeriali nella quale si afferma che «…in ogni caso la procedura di concessione del credito d’aiuto di cui in oggetto si è interrotta. Il governo etiope ha infatti rinunciato a dare ulteriore seguito alla richiesta di finanziamento a credito d’aiuto del progetto idroelettrico in esame».

 

Come scrive in un comunicato Crbm, «la Farnesina è solo l’ultima delle entità che rinunciano a partecipare al progetto, attualmente in fase di realizzazione e che vede il coinvolgimento dell’impresa italiana Salini. Nei mesi scorsi già la Banca Mondiale, la Banca Europea per gli Investimenti e la Banca Africana di Sviluppo avevano deciso di non finanziare il mega impianto idroelettrico. Sebbene queste istituzioni non abbiano espressamente indicato le nefaste conseguenze del progetto come motivazioni del loro mancato aiuto, è più che probabile proprio gli impatti socio-ambientali siano alla base della loro decisione».

 

Qualora completata, infatti, la diga di Gibe III devasterebbe l’ecosistema della valle dell’Omo e del lago Turkana, in Kenya, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di non meno di 500mila persone.

 

«Crediamo che questo sia un importante risultato della campagna internazionale che abbiamo condotto insieme a International Rivers e Survival International e che ha visto l’adesione e il sostegno di centinaia di organizzazioni non governative e associazioni in tutto il mondo» ha commentato Caterina Amicucci della Crbm. «Non è possibile – ha continuato la Amicucci – consentire che i soldi dell’aiuto pubblico allo sviluppo vengano utilizzati per sostenere progetti che affamano e minacciano di cancellare l’esistenza di comunità locali che non si uniformano al modello di sviluppo dominante. La cooperazione deve essere un’altra cosa, ci auguriamo che questa vicenda serva a ricordarlo anche in futuro», ha concluso la Amicucci.