Etiopia / Diritti Umani

La mattina del 3 settembre scorso, la polizia carceraria della prigione di Qilinto, nella periferia sud della capitale etiope, ha “sparato indiscriminatamente sui detenuti” che “stavano correndo per cercare di spegnere l’incendio”, divampato in una sezione della struttura. Lo rivela una mail, inviata al quotidiano Addis Standard. Ad inviarla, una guardia carceraria che ha chiesto l’anonimato. “Ho visto circa cinque prigionieri uccisi dalle guardie di sicurezza armate solo nei primi 20 minuti”, ha scritto, e nel tardo pomeriggio ho “aiutato a trasportare fuori dall’edificio i corpi di 18 detenuti e, per quanto ne so, nessuna delle morti era dovuta alle fiamme. Sono tutti morti per ferite di arma da fuoco”.  

Qilinto è un carcere di massima sicurezza amministrato dal governo, ma, scrive ancora il testimone, da sabato mattina “l’esercito federale ha assunto il comando e da allora la maggior parte delle guardie carcerarie, me compreso, non sono ammesse all’interno.”
L’incendio è divampato poco dopo le 8 di mattina e i Vigili del fuoco hanno impiegato più di due ore per spegnere le fiamme. Fonti ufficiali, ieri, parlavano di 21 morti, calpestati durante il panico per le fiamme e soffocati dal fumo, e di altri due uccisi mentre tentavano la fuga.  

Molti dei detenuti a Qilinto sono prigionieri politici. Tra loro anche Bekele Gerba, leader dell’opposizione e segretario generale dell’Oromo federalist Congress (Ofc), ed altri 21 attivisti, accusati di terrorismo per le manifestazioni di protesta contro il regime. A Qilinto è detenuto anche Yonatan Tesfaye, giovane membro del partito d’opposizione Blu Party e attivista per i diritti umani. (All Africa)