Etiopia

Un rapporto della Commissione etiopica per i diritti umani (Ethiopian human rights commission) reso pubblico ieri in una seduta parlamentare, ammette che dallo scorso agosto – quando le popolazioni Amhara si unirono alle proteste degli Oromo, iniziate nel novembre del 2015 – ci sono stati 669 morti così distribuiti: 495 (462 civili e 33 funzionari di polizia) nell’Oromia; 140 (110 civili e 30 funzionari della sicurezza) nella regione Amhara; 34 nelle regioni del sud.

Secondo la stessa commissione, nella prima fase delle proteste – novembre 2015, luglio 2016 – ci sarebbero stati 173 morti nell’Oromia e 95 nella regione Amhara. Perciò il numero complessivo delle vittime, secondo i rapporti ufficiali, sarebbe di 937. Nessun funzionario governativo ha mai dovuto rispondere del proprio operato durante le dimostrazioni trasformate, spesso, in carneficine.

Nello stesso periodo sono state arrestate migliaia di persone. 11.000 solo durante le proteste di agosto e settembre dello scorso anno. Molte sono state in seguito liberate.

Il 9 ottobre venne dichiarato lo stato di emergenza per la durata di sei mesi, prolungato in marzo di altri 4 mesi. Sembra, infatti, che le proteste non si siano fermate, ma avvengano ora in zone remote e dunque difficili da confermare. Lo stato di emergenza ha sospeso il godimento di numerosi diritti umani e di cittadinanza, come la libertà di opinione, di stampa e di riunione, e l’uso dei social media.

Il governo etiopico non ha permesso alcuna indagine indipendente né sulle proteste finite nel sangue né sulla situazione che ne è seguita, negando l’ingresso al paese ai ricercatori delle organizzazioni internazionali che si occupano di violazioni dei diritti umani. (Al Jazeera)