Nuovi venti di guerra stanno addensando in Etiopia sulla regione settentrionale del Tigray con combattimenti che negli ultimi giorni si sono intensificati nel settore occidentale.
L’area interessata è quella di Tsemlet, una zona rivendicata e occupata dalle forze della vicina regione Amhara, anch’essa da quasi tre anni terreno di scontri tra la milizia FANO – recentemente ricompattata – e le forze armate del governo federale (ENDF). Notizie non confermate parlano anche di nuovi movimenti militari nel Tigray meridionale.
Il segnale di un peggioramento della situazione è anche il fatto che ieri la compagnia aerea Ethiopian Airlines abbia sospeso di voli programmati da e per gli aeroporti nella regione, tra cui Mekelle, Axum, Shire e Humera, citando “circostanze impreviste”.
Una fonte diplomatica citata dall’AFP afferma che le forze armate del Tigray si stanno scontrando contro l’ENDF, alleato alle milizie dell’Amhara. Uno scenario che ripropone quello del devastante conflitto civile iniziato nel novembre 2020 e concluso due anni dopo con l’accordo di pace di Pretoria.
Questa volta, però, un nuovo conflitto rischierebbe di estendersi anche alla vicina Eritrea, alleata di Addis Abeba all’epoca della guerra contro il TPLF in Tigray, ma con cui il governo del primo ministro Abiy Ahmed è da tempo ai ferri corti. Le accuse verso Asmara sono proprio quelle di fornire sostegno all’esercito tigrino e alle milizie dell’Amhara.
L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi anche dall’amministrazione provvisoria del Tigray in una lettera indirizzata in particolare al presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf.
Il documento conteneva un appello per “un’azione immediata per evitare una guerra imminente“, avvertendo che “le ripercussioni di un nuovo conflitto sarebbero catastrofiche e irreversibili” e “farebbero precipitare la regione in un conflitto più ampio”.
La risposta è arrivata oggi con un comunicato nel quale il Commissario UA esprime “profonda preoccupazione per i recenti sviluppi”, invitando le parti “ad astenersi da azioni che potrebbero minare la fiducia e a risolvere tutte le questioni in sospeso attraverso un dialogo costruttivo”.
Un dialogo che però non è finora servito a risolvere questioni fondamentali che hanno portato al conflitto, prime tra tutte le rivendicazioni territoriali e il rientro degli sfollati interni nella zona interessata dai recenti combattimenti.
Tuttavia, la realtà attuale nel 2026 suggerisce che le della guerra non siano mai state completamente risolte. “Con il TPLF attualmente frammentato da dispute interne sulla leadership, stiamo assistendo in tempo reale al fallimento strutturale di quella pace”, è il commento di un analista del Corno d’Africa dell’International Crisis Group sentito da The Africa Report.
Nonostante gli oltre tre anni di relativa pace, la regione del Tigray non si è sollevata dall’abisso di devastazione e sofferenza causato dal conflitto, che ha provocato, secondo l’UA, almeno 600mila vittime e l’azzeramento dei servizi di welfare, sanitari e scolastici.
Ancora oggi, le organizzazioni umanitarie affermano che fino all’80% della popolazione dipenda da sostegni di emergenza che arrivano sempre più col contagocce dopo il taglio dei finanziamenti statunitensi all’agenzia USAID, un anno fa.