Una recente indagine interna della ONG Medici senza Frontiere (MSF) ha fatto riaffiorare la parola Tigray sui media internazionali. Lo stato-regione dell’Etiopia settentrionale è rimasto in larga parte ignorato durante il conflitto del 2020-22 che ha provocato centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati. E continua a essere disconosciuto anche ora che la popolazione locale fa i conti con le pesanti conseguenze di due anni di ostilità.
Una guerra, quella fra le autorità locali del Fronte di liberazione del popolo tigrino (TPLF) e il governo federale di Addis Abeba, segnata da potenziali crimini contro l’umanità e di guerra commessi su larga scala da entrambe le parti. Con particolare intensità ed estensione, dal lato delle forze armate etiopiche e dei loro alleati, a partire dall’esercito eritreo.
L’inchiesta di MSF ricostruisce uno di questi crimini: l’uccisione di tre operatori avvenuta nel Tigray centrale nel giugno 2021, quindi nel pieno della guerra. Secondo l’ong, i tre lavoratori dell’organizzazione, due etiopici e una spagnola, sono stati uccisi in modo deliberato, nonostante fossero stati riconosciuti come operatori umanitari.
L’omicidio è stato probabilmente commesso dalle forze armate etiopiche, presenti con un loro convoglio nello stesso tratto di strada attraversato dai mezzi di MSF esattamente negli stessi momenti.
Le rivelazioni di MSF sono scioccanti, eppure difficilmente potranno riportare alla consapevolezza la comunità internazionale. Il mondo (nuovi e vecchi attori del sistema internazionale) ha già scelto da che parte stare: quella del governo di Addis Abeba (uscito sostanzialmente vincitore dal conflitto) e delle ricche opportunità della ricostruzione post-guerra del Tigray.
Sostenendo così però, anche la volontà del governo etiopico di consegnare questa guerra alla storia senza prima passare per la giustizia, garantendo l’impunità a chi ha commesso crimini indicibili.
È la tesi di Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore italiano in Etiopia (2014-2017) e diplomatico di lungo corso con particolare esperienza nell’Africa subsahariana. In pensione da alcuni mesi, l’ex ambasciatore si è sentito in dovere di dedicare un libro alla vicenda tigrina, tanto tragica quanto trascurata dai media e dalla politica.
Il suo Tigray, la guerra invisibile (Luiss University Press, € 18,00) ricostruisce nei dettagli il contesto politico che ha portato allo scoppio del conflitto, i due anni di ostilità e cosa è successo finora dopo l’Accordo di cessazione permanente delle ostilità di Pretoria del novembre 2022, l’intesa che ha messo nominalmente fine alle ostilità.
Da quanto sappiamo, l’uccisione di tre operatori di una ong è da considerarsi un fatto isolato durante il conflitto in Tigray o violazioni di questa gravità potrebbero essersi ripetute in altre occasioni? Nel suo libro, lei definisce il conflitto in Tigray uno dei laboratori del “diritto del più forte” che si sta imponendo sempre di più a livello globale. La violenza contro un’organizzazione umanitaria internazionale è emblematica in questo senso…
Il conflitto in Tigray può definirsi un modello contemporaneo dell’applicazione del diritto del più forte, poi riscontratosi purtroppo in altri scenari a noi più vicini come l’invasione dell’Ucraina e soprattutto nelle operazioni belliche a Gaza.
Lo definirei altresì un laboratorio di disumanità, poiché in quella guerra, dove hanno perso la vita oltre 600mila persone nell’ indifferenza generale, sia i nuovi attori (Cina, Russia, paesi del Golfo, Turchia, etc.) che gli stati occidentali e l’Europa non hanno mostrato una particolare sensibilità per gli orrori e le atrocità del conflitto.
I governi si sono preoccupati principalmente di non perdere posizioni geostrategiche e commerciali in Etiopia, continuando quindi a sostenere militarmente e finanziariamente l’esecutivo federale di Addis Abeba, nonostante fosse responsabile quanto meno al 50% delle brutalità in corso. Anche in questo caso, si tratta di atteggiamenti ormai prevalenti in altri scenari di crisi.
Per quanto riguarda il recente rapporto di MSF, a seguito di una indagine interna, sulla morte dei tre operatori sanitari in Tigray (due etiopici ed una cittadina spagnola), nelle pagine della relazione si ipotizza che essa possa essere avvenuta per mano dell’esercito regolare ENDF, e non accidentalmente, ma con le caratteristiche di una vera e propria esecuzione a sangue freddo.
Sorprende che lo stesso governo spagnolo non abbia adottato nella circostanza un atteggiamento più fermo con le autorità etiopiche, dopo la morte della sua cooperante Maria Hernandez, ma in fondo fa parte del quadro di generale accondiscendenza verso Addis Abeba attuato dai 27 membri dell’UE durante e dopo il conflitto.
Un ulteriore caso si verificò nei pressi nella città di Kobo, nella regione Amhara, nell’aprile del 2023, dove due operatori umanitari della ONG Catholic Relief Services furono uccisi durante alcuni scontri fra le milizie locali e le forze federali.
Si è poi a conoscenza di almeno un’altra vicenda simile, non ai danni di operatori umanitari, ma contro tre esponenti autorevoli del governo precedente: nel gennaio 2021 alcuni soldati delle ENDF attuarono un’esecuzione sommaria di Seyoum Mesfin, per lunghi anni ministro degli Esteri, e poi ambasciatore in Cina e capo negoziatore per la fine della guerra civile in Sud Sudan; Abay Tsehaye, anch’egli ex ministro degli Esteri; e Asmelash Woldeselassie, ex speaker del Parlamento. Si trattava peraltro di persone anziane, due dei quali portatori di disabilità.
Crimini questi, da collocare in un più ampio contesto fatto di ostruzionismo o vera e propria opposizione al lavoro degli operatori umanitari, che in più casi hanno pagato con la vita il loro impegno…
Varie fonti indicano in una quarantina il numero degli operatori umanitari morti per varie cause durante il conflitto, anche se non appartenenti alle ONG più note.
Sono stati riportati altresì circa 130mila casi di stupro ai danni di donne, per lo più tigrine, uccisioni di sacerdoti e missionari, saccheggi di ospedali, fabbriche e chiese, e via seguitando, compreso un numero cospicuo ma imprecisato di “extra-judicial killings”, uccisioni extragiudiziali.
Per buona parte del conflitto gli operatori umanitari di MSF, del World Food Program, delle altre agenzie dell’ONU, e i volontari internazionali sono stati impossibilitati a intervenire nei luoghi esposti a maggiore necessità, per l’attuazione di un blocco militare del Tigray da parte delle forze di occupazione etiopiche, durante le varie fasi della guerra.
La denuncia di MSF può far sperare nell’apertura del “vaso di Pandora” tigrino? Accountability e giustizia sarebbero dovute essere parti importanti del percorso partito con l’Accordo di Pretoria. Come sta andando da questo punto di vista?
La questione della giustizia di transizione resta ancora aperta in Etiopia. Nonostante le generiche rassicurazioni di facciata del governo di Addis Abeba, non si hanno dati precisi sui procedimenti giudiziari avviati e conclusi, né sul numero e sulla identità dei militari arrestati, intorno ai 2mila circa, né sui luoghi di detenzione. Mentre è stata annunciata nel settembre del 2024 la liberazione di 178 prigionieri, nel quadro di una ampia amnistia.
Il pericolo di una diffusa impunità per gli autori dei misfatti occorsi durante la guerra in Tigray è in effetti molto elevato. Dall’ottobre 2023 l’esecutivo etiopico ha rifiutato di collaborare con gli organismi internazionali, come l’ Ufficio dell’ Alto commissario per i diritti umani (OHCHR), o le Commissioni internazionali di esperti create durante la guerra, considerandola una intromissione negli affari interni del paese.
La giustizia del post conflitto viene quindi gestita esclusivamente da organi dello stato etiopico, cioè di quello stesso governo che è stato parte belligerante nella guerra civile, e ciò la rende in ogni caso poco credibile.
Malgrado diverse raccomandazioni dell’ONU, di singoli esperti, di think tank stranieri in materia legale, o di enti come Amnesty International e Human Rights Watch (HRW), l’Etiopia continua a rifiutare la collaborazione degli organismi citati per la gestione della giustizia transitoria, considerandola una indebita interferenza.
Difficile immaginare che questo atteggiamento possa cambiare a seguito del recente rapporto di MSF, anche perché non esiste una reale pressione in questo senso dai partner internazionali dell’Etiopia, impegnati piuttosto a non alienarsi le simpatie di Addis Abeba per i vari interessi economici-commerciali collegati ad un potenziale mercato di 120 milioni di persone.
Il conflitto in Tigray è terminato. Nel frattempo, combattimenti tra milizie locali e truppe governative proseguono nelle due regioni etiopi di Amhara e Oromia, solo per citare gli scenari più violenti. In entrambi i contesti ci sono diverse denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalle parti belligeranti, come quella della Commissione dei diritti umani etiopica (EHCR) in Amhara.
E’ significativo che anche la Commissione dei diritti umani etiopica, cioè l’organismo nazionale preposto, da ultimo abbia adottato delle posizioni critiche verso l’operato del governo in tema di salvaguardia dei diritti e di giustizia transitoria.
Il suo ex direttore, Daniel Bekele, prima molto fedele alle linee guida di Addis Abeba, ha addirittura deciso mesi fa di dimettersi dalla carica. Di recente, vi sono state anche altre dimissioni fra i dirigenti di questo organismo.
D’altro canto, è evidente che alcuni degli scenari già realizzatisi in Tigray si stiano replicando negli stati-regione Amhara ed Oromia, dove sono attive delle ribellioni a sfondo etnico, con una serie di operazioni anti-governative ed atti di sabotaggio in cui sono impegnate le rispettive milizie combattenti.
La cosa più raccapricciante è l’utilizzo di droni da combattimento da parte dell’esercito governativo, ogni qual volta si trovi in difficoltà – cioè spesso – contro gli insorti. Questi droni bombardano indiscriminatamente militari ribelli e popolazioni civili, fra cui minori e bambini, senza suscitare la benché minima protesta da parte della comunità internazionale.
È esattamente quanto accaduto nella guerra in Tigray, ed il fattore principale della sconfitta tigrina. È il caso di sottolineare che l’Etiopia è uno dei pochissimi paesi al mondo a bombardare con droni i propri stessi cittadini.
Malgrado ciò, le milizie Fano, che operano in Amhara, dichiarano di controllare più di metà del territorio del loro stato-regione. Ed anche in Oromia le aree sottratte al controllo del governo etiopico sono rilevanti. Esiste poi il crescente fenomeno dei rapimenti di civili, anche stranieri, a fini di estorsione per finanziare le rispettive forze di combattimento.
In Tigray abbiamo assistito al blocco totale degli aiuti umanitari, alla sospensione totale dei servizi essenziali, al divieto di ingresso per i media, a crimini e violazioni dei diritti umani su larga scala. Abbiamo anche immagini emblematiche, come le foto satellitari della NASA che ritraevano la regione completamente al buio durante il conflitto, “staccata” dal mondo intero. Eppure, nonostante tutto questo, questa guerra è forse la più ignorata e trascurata degli ultimi anni, anche nelle sue conseguenze. Perché secondo lei?
Nel libro Tigray, la guerra invisibile cerco di spiegare con dovizia di particolari quali sono gli interessi che hanno prevalso nel determinare l’atteggiamento dei partner internazionali dell’Etiopia di fronte al conflitto.
Ogni paese straniero è stato mosso da sue particolari priorità; ma è emblematico che alla fine tutti si siano ritrovati dalla parte del più forte, finanziando direttamente o indirettamente lo sforzo bellico del governo di Addis Abeba, e, successivamente, i progetti di ricostruzione a cura di quell’esecutivo.
La stima per la ricostruzione del paese dalle macerie belliche è di circa 50 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, ed è chiaro che queste cifre ingenti hanno rappresentato un obiettivo molto appetibile sia da parte dei cosiddetti nuovi attori, sia da parte dei paesi europei ed occidentali.
L’ex Alto Rappresentante europeo per la politica estera, Josep Borrell, ha più volte definito tra le sue maggiori frustrazioni politiche l’atteggiamento dei 27 paesi membri dell’UE e l’inerzia europea di fronte alla guerra in Tigray, per la mancanza di una linea comune ispirata a criteri umanitari.
A queste venivano infatti opposte le necessità impellenti di un posizionamento gradito ad Addis Abeba, al fine di riceverne vantaggi economici e commesse, e anticipare la concorrenza dei nuovi attori, dalla Turchia alla Cina fino agli Emirati Arabi Uniti.
Purtroppo, anche il nostro paese è stato coinvolto in questa gara “spregiudicata” al piazzamento. Anzi, in buona parte, ha guidato questo processo in ambito europeo.
Ecco quindi che torniamo al “laboratorio di disumanità”.