Secondo quanto confermato anche da Human Rights Watch, l’attività di reclutamento forzato di giovani ed ex combattenti da parte del Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF), iniziato a maggio, prosegue e si intensifica, mentre l’esercito federale di Addis Abeba consolida la sua presenza sul territorio della regione nord-occidentale confinante con Eritrea e Sudan. Segni evidenti che le condizioni di instabilità, in cui versano peraltro varie regioni dell’Etiopia, si stanno aggravando e provocano particolare preoccupazione per il primo ministro Abiy Ahmed e il suo governo.
Non ha mancato di sottolineare tutto ciò lo stesso Abiy Ahmed in un suo intervento nei giorni scorsi nella città di Arbaminch, nel sud del paese, nella conferenza di inaugurazione di un nuovo, elegante resort facente parte di un consistente programma di rilancio dell’industria turistica. Abiy ha denunciato nuovamente il rischio di conflitto derivante da varie sfide, non solo interne ma provenienti anche dall’esterno, con riferimento sia all’Egitto (in merito alla disputa circa la Diga della Rinascita – GERD) che all’Eritrea, che offrirebbe supporto ai vari gruppi anti-governativi operanti nelle regioni oromo e amhara.
Tra le forze di opposizione al governo di Addis va annoverata un’alleanza chiamata “Tsimdo”, la cui natura e identità è ignorata da molti o conosciuta solo per il nome – come mi è stato comunicato interpellando varie persone ad Addis Abeba -, formata in origine in Eritrea con una componente della regione etiopica del Tigray.
Movimento pacificatore o minaccia alla sovranità nazionale?
Lo Tsimdo, termine che in lingua tigrina significa “allineamento” o “impegno comune”, nell’idea dei suoi ideatori è un movimento sorto dal basso, non emerso da governi, forze militari o organizzazioni non governative interne o internazionali, bensì dall’impegno concreto di chi, vivendo nei territori di confine tra Eritrea e Tigray, ha subito le conseguenze di conflitti, sfollamenti e abbandono.
Decine di famiglie, giovani, adulti e anziani, che avevano avviato dialoghi, scambi culturali e attività di rafforzamento della fiducia reciproca. E il cui obiettivo principale era di ricostruire, per l’appunto, la fiducia, ripristinare la coesione sociale e sanare le relazioni incrinate dagli anni di conflitto. Così viene tuttora presentato da chi ne fa parte. Le condizioni di relativa pace in cui sono vissuti ultimamente gli abitanti dell’area di confine avevano prodotto l’adesione al Tsimdo di molti membri delle etnie amhara e afar.
I rappresentanti del governo eritreo, dal canto loro, avevano presentato presso le Nazioni Unite lo Tsimdo come progetto civile condiviso per promuovere pace e riconciliazione. Al contrario, il governo di Addis Abeba lo ha sempre visto con sospetto, temendo che crescendo si trasformasse in forte movimento politico. E ritiene oggi che si sia legato attraverso un vero patto strategico e militare tra il governo eritreo e fazioni dissidenti del TPLF.
Una convinzione confermata, peraltro, qualche settimana fa da Birhanu Jula, Capo di stato maggiore delle forze armate etiopiche, quando in una cerimonia di consegna di diplomi militari ha definito Tsimdo una pericolosa alleanza di nemici operanti contro gli interessi nazionali dell’Etiopia, coalizzati per impedire che il paese trovi un accesso al mare. Birhanu ha anche accusato l’Egitto di essere la principale forza dietro il movimento, in chiave anti-etiopica.
Dal canto loro, il capo dell’intelligence etiopica Redwan Hussein e l’ex presidente ad interim del Tigray Getachew Reda, in riferimento a Tsimdo, avevano dichiarato ad Al-Jazeera: “Le forze intenzionate a perpetuare uno stato di ostilità si sono riunite, sotto tutela eritrea, in un gruppo di oppositori soprannominato Tsimdo. E questa alleanza, assemblata in incontri segreti piuttosto che ad Asmara, Mekelle o in Sudan, è pronta a scatenare una nuova altra ondata di conflitto contro l’Etiopia”.