«La Grande diga della rinascita etiopica (GERD) è ora completa e ci stiamo preparando per la sua inaugurazione ufficiale», ha dichiarato lo scorso 3 luglio il primo ministro Abiy Ahmed, durante la presentazione in parlamento della legge finanziaria per il 2025.
Abiy non ha mancato di invitare Egitto e Sudan alla cerimonia di inaugurazione, che avverrà in settembre, in coincidenza con l’inizio del nuovo anno etiopico.
Sia Hani Sewilam, ministro egiziano dell’Irrigazione, che il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly hanno tuttavia reagito riaffermando che senza un previo accordo vincolante tra Etiopia, Egitto e Sudan in merito alle modalità d’uso delle acque, la diga è ritenuta illegale, poiché viola la legge internazionale.
Le opposte posizioni tra le parti in causa, come noto, hanno provocato per tre anni il congelamento dei negoziati condotti per oltre un decennio, ripresi nel 2023 ma poi nuovamente bloccati nel 2024.
Una struttura strategica
La GERD, la più grande centrale idroelettrica del continente costruita sul Nilo Azzurro, emissario del lago Tana, ormai colma e con una capacità totale di 74 miliardi di metri cubi, è in grado di generare oltre 6,45 gigawatt di energia e potrà erogare elettricità per uso domestico e per irrigazione al 90% delle popolazioni dell’entroterra, che oggi ne godono solo al 44%.
A beneficiare dell’elettricità prodotta dalle acque della diga – realizzata a partire dal 2011 dall’italiana WeBuild (ex Salini Impregilo) in base a contratti bilaterali senza gara – saranno anche i paesi limitrofi.
Il governo di Addis Abeba ha però deciso di rendere pienamente operativo l’imponente impianto nonostante non sia stata tuttora completamente risolta la controversia che fin dall’inizio del progetto è sorta con i paesi a valle, Egitto e Sudan.
Un’annosa contesa
Va ricordato che nell’ottobre 2024 era entrato ufficialmente in vigore un trattato definito Cooperative Framework Agreement (CFA), relativo all’uso delle acque del Nilo. Era stata allora costituita una speciale Commissione per il bacino del Nilo (NRBC), responsabile di promuovere e coordinare la cooperazione tra gli stati beneficiari del bacino nella gestione delle acque.
Sei paesi avevano aderito all’accordo: Etiopia, Rwanda, Sud Sudan, Uganda, Tanzania e Repubblica democratica del Congo. Tuttavia Egitto e Sudan si erano rifiutati di accettarlo.
Abiy Ahmed aveva allora caldamente invitato i due paesi non firmatari a unirsi agli altri in uno spirito di “famiglia del Nilo”, per una cooperazione regionale che favorisse un uso equo delle risorse idriche.
È rimasto in ogni caso a metà strada l’impegno multilaterale da parte degli stati rivieraschi del bacino per dare una struttura giuridica e istituzionale al fine di governare l’uso del fiume.
E infatti una Commissione tecnica congiunta egiziano-sudanese per le acque del Nilo (PJTC) si era allora così pronunciata: “La Commissione dei sei stati istituita sulla base della bozza incompleta del CFA non può, in nessun caso, essere considerata rappresentativa del bacino del Nilo nel suo insieme”.
Egitto e Sudan, pertanto, hanno sostenuto fino ad oggi che il CFA viola gli accordi sul Nilo del 1929 e del 1959. Il Cairo, in particolare, aveva a suo tempo respinto il CFA citando la sentenza della Corte internazionale di giustizia (ICJ) che nel 1989 stipulava che gli accordi sull’acqua godono della stessa immutabilità degli accordi sui confini: non possono essere revocati o modificati senza il consenso di tutte le parti interessate.
La convinzione del Cairo, peraltro, è che la GERD costituisca per l’Egitto una minaccia esistenziale in merito al suo diritto tradizionale all’uso delle acque. Su tale base ha sempre avanzato la richiesta che venisse anzitutto raggiunto un accordo vincolante prima del riempimento e dell’operatività della diga.
Abiy Ahmed, dal canto suo, che ha posto decisive obiezioni alla validità di antichi accordi anglo-egiziani raggiunti senza coinvolgimento dell’Etiopia, ha sostenuto da sempre che la diga è un progetto essenziale per garantire lo sviluppo economico del suo paese, mentre non costituisce nessuna minaccia di riduzione delle risorse idriche per Sudan ed Egitto.
Tutto pare confermare, in ogni caso, che il governo etiopico procederà con il rendere pienamente operativa la grande diga sul Nilo Azzurro.
Trump soffia sul fuoco
A riaccendere la questione della GERD ha contribuito di recente nientemeno che l’inquilino della Casa Bianca. Qualche giorno dopo aver accolto negli Stati Uniti, a metà giugno, il nuovo ambasciatore etiopico Binalf Andualem, Donald Trump ha aggiunto sulla sua piattaforma definita inopinatamente Truth una delle sue classiche sparate a conferma dell’innata imprevedibilità che lo caratterizza.
Tra le ragioni per cui ritiene di meritarsi il premio Nobel come operatore di pace, il lucido pur se svitato megalomane della Casa Bianca ha tirato in ballo perfino la povera Etiopia, con tutti i drammi in cui è immersa: conflitti, instabilità sociale, crisi alimentare con milioni di sfollati e rifugiati…
La sua maldestra menzogna in chiave anti-etiopica e lusingatrice verso l’Egitto, dove vorrebbe veder deportati milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza, riguarda questa volta per l’appunto la grande diga.
«L’America ha stupidamente finanziato la Grande diga della rinascita etiopica» si è letto su Truth e «ha ridotto così l’afflusso di acqua dal Nilo, compromettendo l’approvvigionamento idrico dell’Egitto».
Se non fosse ormai assodato a livello internazionale che Trump è un mentitore seriale non si comprende – stando a quanto scrive il sito digitale Borkena – se la bugia di Trump nasca dall’uso di Truth come accessorio di divertimento o, più seriamente, intenda far riemergere una ulteriore controversia tra Egitto e Etiopia.
Molti analisti hanno definito del tutto irresponsabile, oltre che falsa, l’affermazione di Trump in merito ai finanziatori della GERD.
Pare infatti riflettere, come menzionato, un deliberato tentativo di infiammare le tensioni geopolitiche nel bacino del Nilo, sfruttando la disinformazione per ottenere vantaggi politici, offrendo, pur se non apertamente, sostegno all’Egitto in cambio del suo allineamento con Israele contro l’Iran, con l’Etiopia considerata una pedina da sottomettere.
Peraltro va ricordato che già nel 2020, durante il suo primo mandato, Trump aveva minacciato il governo di Addis Abeba che l’Egitto sarebbe stato giustificato nel ricorrere anche a distruggere la diga bombardandola.
Un progetto patriottico
D’altro canto, se esiste un’impresa epocale su cui gli etiopici hanno investito sé stessi come corpo unico – ricchi e poveri, adulti e giovani, uomini e donne, componenti di tutte le etnie in cui sono suddivisi i 130 milioni di abitanti – è proprio la GERD.
Ero in Etiopia circa 14 anni or sono, quando il progetto GERD prese avvio e molti partner e donatori stranieri decisero di ritirarsi dall’impegno di assistere il governo in questa iniziativa, il cui costo stimato era di quasi 5 miliardi di dollari.
Il governo, tuttavia, non rinunciò all’impresa e lanciò una massiccia campagna di sensibilizzazione a livello nazionale per raccogliere i fondi necessari. Ogni negozio in cui entravo, ogni associazione della società civile, classe imprenditoriale, masse contadine, intellettuali, insegnanti e studenti, chiese e moschee divennero luoghi di raccolta fondi.
In sintesi, l’intera popolazione etiopica contribuì nel corso degli anni alla costruzione della diga.
Quando, qualche giorno fa, Abiy Ahmed ha dichiarato che la GERD è stata completata e in settembre è prevista l’inaugurazione ufficiale, non ha voluto rispondere per le rime alla falsa affermazione di Trump riguardante il finanziamento della diga, probabilmente per evitare eventuali ripercussioni vendicative da parte di Trump che non lascia scampo a chi lo contraddice.
Va riconosciuto che sono stati altrettanto numerosi gli amici dell’Etiopia, aziende pubbliche e donatori privati, anche statunitensi, che hanno sostenuto il governo e si sono schierati al fianco della popolazione.
Posizioni distanti e tensioni latenti
Qualche giorno fa, d’altro canto, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il leader sudanese Abdel Fattah al-Burhan si sono incontrati e hanno ribadito il loro “rifiuto di qualsiasi misura unilaterale nel bacino del Nilo Azzurro”.
È risaputo che Egitto e Sudan hanno sempre espresso il timore che venga meno il loro vitale accesso alle acque del Nilo. E va riconosciuto che fino ad oggi i negoziati per giungere a un accordo a tre Etiopia-Sudan-Egitto sono falliti.
L’Egitto, paese totalmente desertico, è ancor più preoccupato perché dipende dal Nilo per il 97% della propria necessità di acqua. Secondo una dichiarazione del portavoce di al-Sisi, i due presidenti si sono impegnati a “salvaguardare la sicurezza idrica” nella regione.
Abiy, dal canto suo, ha insistito che l’Etiopia è “disposta a impegnarsi in modo costruttivo”, aggiungendo che il progetto non avverrà a spese né dell’Egitto né del Sudan. «Crediamo nel progresso condiviso, nell’energia condivisa e nell’acqua condivisa», ha affermato. «Prosperità per uno dovrebbe significare prosperità per tutti».
Abiy ha ribadito, insomma, quanto affermato nel corso degli anni dalle autorità etiopiche, che cioè il progetto GERD non avrebbe prodotto alcun danno, anzi avrebbe comportato benefici ai paesi a valle. Dichiarazioni come quella di Trump, purtroppo, secondo molti rischiano anche di minare i negoziati facilitati dall’Unione Africana e tuttora in corso.
Da sottolineare che lo stesso ex primo ministro etiopico Hailemariam Dessalegn ha replicato alla dichiarazione di Trump: “Mi spiace dirlo, ma quest’uomo non ha la più pallida idea di ciò di cui parla” ha scritto sul social media di Elon Musk, X, concludendo che “l’Etiopia e il popolo etiopico non accetteranno mai la minaccia di dichiarazioni irresponsabili come questa”.
Sono stati numerosi anche gli analisti politici egiziani e sudanesi che hanno replicato alle affermazioni di Trump ritenendole prive di qualsiasi fondamento.