Un’importante prima misura di contrasto al commercio dell’oro che finanzia la guerra in Sudan è stata annunciata ieri dal Consiglio dell’Unione Europea che ha vietato acquisto, importazione o trasferimento di oro proveniente dal paese, teatro da oltre tre anni di un conflitto che ha causato una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta.
L’organismo composto dai ministri dei 27 stati membri dell’UE ha inoltre stabilito il divieto di vendita, fornitura, trasferimento o esportazione di mercurio e cianuro in Sudan, essendo queste sostanze – tra l’altro altamente tossiche e inquinanti – ampiamente utilizzate nell’estrazione e nella lavorazione dell’oro.
Uniche deroghe per le due sostanze riguardano “beni destinati a scopi umanitari, emergenze sanitarie pubbliche e interventi in caso di calamità”.
Nel comunicato si legge inoltre che “entrambe le misure sono accompagnate dal divieto di fornitura di servizi correlati, tra cui assistenza tecnica, servizi di intermediazione e assistenza finanziaria”.
L’intenzione è quella di fare pressione alla base della catena che permette all’oro estratto e contrabbandato illegalmente dal paese di raggiungere i mercati europei.
Si tratta di una prima misura adottata dall’UE in questo senso che ha un rilevante valore politico ma che rischia di non sortire effetti determinanti sul piano pratico.
Gran parte dell’oro che finanzia il conflitto sudanese – si stima il 90% della produzione – viene infatti estratto da miniere informali. Da lì viene contrabbandato dalle due parti in conflitto in paesi vicini, come Egitto, Ciad, Libia, Sud Sudan, arrivando in Uganda e Kenya ma, come documentato da diverse inchieste sul tema, una parte finisce anche direttamente negli Emirati Arabi Uniti, dove viene ripulito e immesso legalmente nel mercato internazionale, Europa compresa.
Sarebbe proprio l’oro la principale moneta di scambio utilizzata sia dalle Forze armate sudanesi (SAF) che dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) per l’acquisto di armi e sistemi di difesa sempre più sofisticati e letali.
Per misure davvero efficaci, dunque, le restrizioni dovrebbero colpire anche i principali paesi di transito, raffinazione e commercializzazione dell’oro sudanese.
È quello che chiedono Fondazione Nigrizia e i Missionari Comboniani, assieme a decine di organizzazioni della società civile. In particolare si chiede alla Commissione europea di dotarsi di un regime di sostenibilità d’impresa (Due Diligence) specifico per l’oro, capace di rafforzare i controlli sulle raffinerie, sugli hub commerciali e sui prodotti derivati, integrando – e non sostituendo – l’attuale normativa sui minerali da conflitto.
Le misure adottate il 13 luglio non sono le prime iniziative di contrasto attuate dall’Unione Europea riguardo al conflitto sudanese. Il 30 gennaio l’UE ha imposto sanzioni – congelamento dei beni e divieto di viaggio – nei confronti di 18 individui e 8 entità collegate alle RSF, alle SAF e alla milizia islamista Baraa bin Malik Battalion, alleata dell’esercito.
Più di recente, il 9 luglio, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede all’Unione Europea di designare le RSF come organizzazione terroristica e di imporre sanzioni ai responsabili degli attacchi contro i civili, nonché a una società con sede negli Emirati Arabi Uniti, la Global Security Services Group, per aver violato l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite alla regione occidentale del Darfur, in gran parte controllata dalle RSF.