Cooperazione Ue / ACP
Il Fondo europeo di sviluppo, che finanzia la cooperazione, va iscritto nel bilancio Ue; ci vuole più controllo da parte del parlamento di Strasburgo, dei parlamenti dei singoli paesi e della società civile; la corruzione deve essere maggiormente monitorata e sanzionata. Una risoluzione degli europarlamentari indica che cosa va cambiato nei rapporti tra Ue e i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico.

Non è poi così lontano il 29 febbraio 2020, giorno in cui scadrà l’Accordo di partenariato di Cotonou (Apc), firmato il 23 giugno 2000 nella capitale del Benin, che regola l’insieme dei rapporti politici, economici e di cooperazione allo sviluppo tra l’Unione europea e 79 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (Acp).

Per ragionare sui contenuti da dare al nuovo trattato Acp-Ue, erede naturale delle storiche Convenzioni di Yaoundé, Lomé e Cotonou che sin dal 1963 hanno regolato in particolare le relazioni Europa-Africa, la Commissione europea e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza hanno elaborato un «documento di consultazione congiunto» che parlamento europeo e governi degli stati membri Ue sono invitati a commentare per individuare le conclusioni strategiche che saranno alla base dei futuri negoziati.

Il documento di partenza è molto generico, contiene una serie di domandine scolastiche per raccogliere risposte istituzionali su come potenziare il “contenuto” e le “modalità” del prossimo accordo. L’europarlamento di Strasburgo ha inviato le sue risposte il 4 ottobre scorso, approvando una risoluzione che affronta molte questioni critiche.

Innanzitutto, nel testo si legge che «le riunioni delle istituzioni congiunte Acp-Ue, e in particolare del Consiglio congiunto dei ministri, hanno prodotto pochi risultati concreti e sperimentato una partecipazione minima e di scarso livello», e che è necessario creare «un meccanismo di monitoraggio, affidabilità e revisione tra pari che controlli periodicamente l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile con la partecipazione di rappresentanti provenienti non soltanto da istituzioni governative centrali, bensì anche dai parlamenti, dalle autorità regionali e locali, dalla società civile e della comunità scientifica, al fine di elaborare conclusioni e raccomandazioni annuali» per l’implementazione reale degli accordi Acp-Ue.

Oggi la cooperazione disciplinata dal trattato di Cotonou è di fatto limitata alla sola dimensione intergovernativa che sfugge al controllo di parlamenti e società civile, anche perché il Fondo europeo di sviluppo (Fes) che lo finanzia non fa parte del bilancio europeo: anche il parlamento europeo come tale non ha sostanziale voce in capitolo nell’orientamento dei fondi. Tanto che Strasburgo propone «d’iscrivere definitivamente il Fes nel bilancio Ue per rafforzarne l’efficienza e l’efficacia, la trasparenza, il controllo democratico, la responsabilità, la visibilità e la coerenza con le altre politiche Ue», a tutt’oggi non ancora possibile.

Altro punto critico è la politica commerciale neoliberale che l’Europa promuove con gli Accordi di partenariato economico (Ape) in varie aree Acp: gli europarlamentari sottolineano a proposito «la pertinenza di includervi disposizioni giuridiche vincolanti in materia di sostenibilità relativa a diritti umani, norme sociali e ambientali», evidenziando la necessità di «individuare e prevenire qualsiasi potenziale effetto negativo dovuto alla liberalizzazione degli scambi» anche al fine «di fornire un quadro adeguato per uno sviluppo sostenibile e la coerenza delle politiche».

L’europarlamento, inoltre, «si rammarica» che finora si sia ricorso all’applicazione della procedura di consultazione e l’adozione di misure «in caso di situazioni gravi di corruzione solamente in un’occasione», ritenendo invece che vada resa «veramente operativa» su larga scala. In particolare in Africa, i casi di corruzione e malgoverno sono numerosi e in crescita, e le misure sanzionatorie decise dall’Ue si contano sulle dita di una mano.

A tal riguardo, l’europarlamento pensa che «il dialogo politico rappresenta una base preziosa per migliorare la situazione delle popolazioni Acp; si rammarica per il suo utilizzo insufficiente e per la sua scarsa efficacia fino ad ora; auspica pertanto un migliore monitoraggio dei diritti umani» attraverso anche l’elaborazione di valutazioni «regolari biennali o triennali» sul rispetto delle libertà fondamentali «ai fini della pubblicazione dei nominativi» di paesi e personalità responsabili di violazioni dei diritti.

Per spirito e contenuto, i 32 paragrafi della risoluzione del parlamento europeo contengono insomma una critica severa alle modalità in cui si è sin qui sviluppata la cooperazione Acp-Ue, in linea con testi precedenti sostanzialmente ignorati da Commissione e governi europei. Il rischio è che anche questa volta le indicazioni dei deputati europei rimangano lettera morta.