Armi e crisi economica
L’azienda statunitense ha inviato a Roma il responsabile del progetto per far sì che il governo decida di comperare i 131 cacciabombardieri. Ma la campagna “Taglia le ali alle armi” ribadisce l’inutilità di questa operazione e lancia una mobilitazione nazionale. L’articolo di Nigrizia di febbraio nel quale si entra nel merito della vicenda.

La Lockheed-Martin, azienda statunitense capocommessa del progetto di cacciabombardiere F-35/JSF, vuole che l’Italia sciolga al più presto ogni riserva e acquisti i 131 aerei. La comparsa ieri a Roma di Tom Burbage, responsabile del progetto per la Lockheed-Martin, andrebbe in questa direzione e a sostegno del nostro ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo di Paola.

Lo sostiene la campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci e Tavola della Pace. «Al di là dell’Atlantico – spiega la campagna – Lochkeed-Martin è infatti sotto il fuoco di fila del Pentagono che ha predisposto un dossier impietoso sull’andamento dei lavori ed ha voluto rivedere tutte le modalità contrattuali, mentre la Casa Bianca ha deciso di tagliare il budget militare dei prossimi dieci anni. Non per nulla i corpi militari statunitensi stanno aspettando ad ordinare i propri caccia F-35 cercando di far comprare dagli alleati i primi esemplari problematici».

Secondo la campagna, l’azienda a stelle e strisce sta trovando in Italia una forte sponda nel ministro-ammiraglio Di Paola che, nel 2002, firmò il primo memorandum di cooperazione sui cacciabombardieri tra Usa e Italia.

“Taglia le ali alle armi” rileva che «Burbage è venuto a dirci, come raccontano diverse agenzie, che il programma procede bene e che per l’Italia si tratterebbe di “un investimento relativamente basso ma che avrà un ritorno molto grande”: peccato che a supporto di tale fantasiosa affermazione non abbia fornito (nemmeno dopo richieste esplicite avanzate anche dalla nostra Campagna all’ufficio stampa) alcun dato o evidenza documentale di contratti e di cifre di ritorno economico».

Tom Burbage avrebbe affermato che le aziende italiane coinvolte nella produzione sono «oltre 20». Ma la cifra non coincide con quanto dichiarato alla Camera dal ministro-ammiraglio Di Paola che, in una risposta ad un’interrogazione, ha parlato di 40 aziende italiane partecipanti a vario titolo nella filiera produttiva. Ennesima dimostrazione di poca chiarezza e trasparenza, probabilmente dettata da ritorni in realtà molto bassi e perciò imbarazzanti.

 

È dal 2009 che è in corso la campagna “Taglia le ali alle armi” per fermare l’acquisto di questo inutile e costoso cacciabombardiere. La cifra stimata dalla campagna e mai smentita porta a 15 miliardi di euro di sola fattura di acquisto, in piena crisi economica.

 

Per mettere fine al programma degli F-35 la Campagna Sbilanciamoci, la Tavola per la pace, la Rete Disarmo e Unimondo hanno nei giorni scorsi promosso un mese di mobilitazione che inizierà il 7 febbraio per concludersi a fine mese con manifestazioni in 100 piazze italiane e con la consegna al governo di Roma di migliaia di firme contro il cacciabombardiere della Lockeed Martin (oltre 45 mila le attuali adesioni).

La scelta della data non è casuale: in quello stesso giorno del 2007, come ricorda Francesco Vignarca della Rete Disarmo, il sottosegretario Forcieri firmava l’accordo per la partecipazione alla seconda fase del programma, in cui si mettevano le basi anche per il successivo acquisto.

Sulla vicenda F-35, sui tagli insufficienti alla difesa e su un modello militare che nessuno mette in discussione uscirà su Nigrizia di febbraio un articolo approfondito. In cui sono analizzati anche altri programmi militari ancora più costosi dei Jsf, come il programma Nec (22 miliardi di euro).

 

 

 

Qui, l’appello da sottoscrivere della campagna “Taglia le ali alle armi”.