Campagna "NO F-35"
Ancora polemiche sul caso dei caccia-bombardieri. Ieri la ministra della Difesa Pinotti ha annunciato entusiasta che lo stabilimento di Cameri è stato scelto come polo di manutenzione per tutti gli apparecchi che voleranno in Europa. All'annuncio ha risposto la Rete Disarmo: "solo propaganda, la realtà è ben diversa".

«Come si può considerare successo la conferma di qualcosa già annunciato e che si considerava già acquisito? Non lo so, ma pare che per il Ministero della Difesa funzioni così…». Questa è la prima reazione di Francesco Vignarca, Coordinatore della Rete Disarmo, all’annuncio di ieri della ministra della Difesa Roberta Pinotti e dell’ambasciatore americano John Philips a Roma, che lo stabilimento italiano di Cameri (Novara) è stato scelto come polo di manutenzione per tutti gli F35 operanti in Europa.

Una notizia che la ministra Pinotti ha definito un «risultato straordinario», sottolineando che «tra i molti paesi è stata scelta l’Italia come polo di manutenzione per tutti gli F35, sia quelli acquistati dai paesi europei che quelli americani che voleranno qui – e poi ha continuato –  ciò vuol dire lavoro, tecnologia e ricadute positive per l’indotto. Invece di essere solo acquirenti abbiamo pensato di essere partner industriali. La competizione a livello internazionale era fortissima. Aver ottenuto questo risultato deve essere motivo di felicità per il nostro Paese. Novanta imprese italiane lavoreranno al progetto tecnologico degli F35».
Ovviamente alla reazione entusiastica della Pinotti non poteva che accodarsi anche quella dell’Ad di Finmeccanica, Mauro Moretti per il quale questa notizia rappresenta «un’ulteriore conferma dei livelli di eccellenza di Finmeccanica in campo aeronautico e porterà rilevanti ritorni occupazionali ed economici al paese».

In realtà sarebbe giusto sottolineare che attualmente lo stabilimento Faco (Final Assembly and Check Out) di Cameri dell’Alenia Aermacchi, azienda di Finmeccanica, costato circa 800 milioni (secondo i dati del Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il Triennio 2013-2015) e che oggi realizza le ali e una parte della fusoliera del cacciabombardiere della Lockheed Martin, è l’unico esistente al di fuori degli Stati Uniti in grado di fungere da polo di manutenzione.
Si tratta, insomma, di una “scelta obbligata” più che di un “risultato straordinario” come dichiara la ministra Pinotti, una scelta che veniva considerata già da tempo come un risultato già acquisito, ma che oggi viene osannata, vista la tempistica, forse per ragioni più politiche (nazionali, internazionali) che concrete e tecniche.

Va anche detto che sulla questione dei grandi vantaggi economici, all’annuncio sfuggono alcuni elementi fondamentali. Il polo italiano verrà affiancato da uno inglese se le richieste di manutenzione saranno più alte del previsto (cioè nel momento in cui dovessero concretizzarsi veri ritorni con margini lucrativi) e tutta la ghiotta filiera legata al motore prodotto da Pratt&Whitney, altrettanto di valore, è stata assegnata alla Turchia (con Olanda e Norvegia pronte in supporto). Inoltre anche Israele ha già iniziato un proprio braccio di ferro per portare a casa qualcosa.
Si tratta di uno scenario molto diverso (anche nel numero confermato di caccia acquisiti dai partner europei, molto sotto il previsto) da quello magnificato per anni e che quindi comporterà, alla fine della storia, dei ritorni industriali ed occupazionali di gran lunga inferiori all’investimento operato dal nostro Governo.

«Gli odierni toni trionfalistici della ministra Pinotti e di Moretti, non si possono purtroppo spingere oltre, per la solita mancanza di dati reali e dettagliati. Ci si ferma, cronicamente, agli annunci spettacolari. Abitudine purtroppo ben radicata per il “caso F35″ e che aumenta il quadro di poca trasparenza legato a questo progetto» ribadisce Francesco Vignarca, «un progetto del quale, nonostante le recenti e reiterate richieste anche della campagna Taglia le ali alle armi, non sono ancora note cifre e dettagli ufficiali relativi a tutti i contratti di acquisito, così come la natura e il valore delle commesse effettivamente assegnate alla nostra industria» e non, quindi, mere previsioni sulla carta.

Per avere stime attendibili a riguardo, così come per la situazione dello sviluppo tecnico del velivolo, dobbiamo obbligatoriamente riferirci alle informazioni provenienti dal Dipartimento della Difesa Usa visto che nella Legge di Bilancio presentata al Parlamento sono addirittura sparite le tabelle di dettaglio sul programma. «È una situazione inaccettabile e problematica per un investimento da decine di miliardi gentilmente forniti dai contribuenti italiani. Speriamo che lo scenario cambi e che, finalmente, il nostro Ministero della Difesa abbia il coraggio di riferire per filo e per segno i numeri della partecipazione italiana al progetto Joint Strike Fighter. Un passo minimo e dovuto per garantire all’opinione pubblica la possibilità di un giudizio serio su questa scelta» ha poi concluso Vignarca.

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Nella foto sopra il ministro della Difesa, Roberta Pinotti.