L’editoriale del numero di settembre 2011
I rischi dell'”industria della solidarietà” all’opera per la crisi alimentare in Corno d’Africa.

Usciamo subito dall’equivoco. Nel Corno d’Africa la situazione è stata lasciata marcire – dai singoli stati (in Somalia addirittura lo stato non c’è, ma c’è guerra da vent’anni), dall’Unione africana e dalla comunità internazionale – ed è diventata un’emergenza. Oggi l’Unicef ci dice anche che siamo di fronte alla peggior siccità dal 1950. Anche Nigrizia vuole dare un contributo per aiutare i 12 milioni di persone che rischiano di morire di fame in Somalia, Etiopia, Gibuti e nord del Kenya. Per questo, da fine luglio, abbiamo mobilitato i lettori del sito www.nigrizia.it (che hanno risposto). Con questo numero del mensile rilanciamo l’iniziativa.

 

Ovvio che va fatto tutto il possibile. Ma un conto è agire nell’emergenza, un altro è chiudere gli occhi, non analizzare le cause dell’emergenza stessa e dimenticare tutto dopo poche settimane. Chi segue, mese dopo mese, la nostra rivista, sa che la Somalia è alla deriva, in mano a gruppi armati, nonostante i tentativi di darsi un governo, e che due vaste aree del paese, Somaliland e Puntland, si autogovernano. E sa anche che né il Kenya né l’Etiopia sono in grado di garantire il necessario all’intera loro popolazione. La situazione peggiora, se ci si mette anche la siccità.

 

Dunque, quando le agenzie umanitarie, usando più le immagini di bambini morenti che analisi-paese, premono sull’acceleratore della richiesta di aiuti, bisogna non accontentarsi di quanto ci dicono e ci fanno vedere, ma cercare altre informazioni. E magari chiedersi: ma la cooperazione europea allo sviluppo che cosa sta facendo? E quella italiana? (Qui la risposta è più semplice: la nostra cooperazione governativa quasi non esiste). Perché la politica occidentale si muove solo quando le immagini di gente che muore di fame arrivano sugli schermi o sulle prime pagine dei giornali?

 

Non va sottovalutato quanto scrive la giornalista olandese Linda Polman, secondo la quale c’è una «sacrilega alleanza» tra giornalisti e agenzie di aiuto: un’alleanza che impedisce la stesura di rapporti imparziali su una data situazione. Gli uni e le altre sono sempre pronti a saltare sul “carrozzone della crisi” (è il titolo di un libro della Polman). Così, l’Africa è quasi sempre raccontata come affamata, moribonda, in crisi, in guerra, corrotta…

 

Anche i responsabili delle agenzie umanitarie non sono interessati a scoprire le cause di una carestia. Dicono mezze verità. In Somalia raccontano di scontri di clan e di atti terroristici per mano di Al-Shabaab. Ma si dimenticano di dire che l’ultimo raccolto è stato più che buono in gran parte del paese e che, molto probabilmente, a soffrire la fame sono soltanto gruppi di sfollati da limitate zone colpite dalla siccità. Le agenzie operanti nel nord del Kenya, soprattutto nei campi che accolgono profughi somali, si guardano bene dal dire che il governo di Nairobi ha venduto a paesi confinanti le riserve nazionali di granaglie.

 

Una crisi alimentare come quella che si registra nel Corno d’Africa è un’ottima occasione per fare affari sugli affamati. Secondo la Polman, disastri come quello nel Corno d’Africa attirano una media di 1.000 organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Nel solo Kenya ci sono più di 6.000 organismi non governativi registrati, in grado di contribuire con oltre 1 miliardo di dollari all’economia kenyana. Ogni parlamentare ha creato una sua onlus per gestire eventuali aiuti dall’estero. Tutti allineati dietro la fame.

 

Negli appelli lanciati da Onu, Unicef, Ochoa and Co., non si menziona mai il fatto che una consistente parte degli aiuti inviati serve a coprire i costi amministrativi e logistici delle agenzie umanitarie stesse (compresi gli stipendi degli operatori) e un’altra a pagare il “pedaggio d’entrata” alle milizie e ai “signori della guerra”. In Somalia, questo pedaggio può arrivare all’80% degli aiuti. Se non ci sono milizie, ci pensano i politici a chiedere la parcella. Entro meno di un anno, i parlamentari del Kenya dovranno finanziarsi la campagna elettorale, e gli aiuti sono sempre un ottimo mezzo per avere i fondi necessari.

 

Gli aiuti possono servire ad affrontare un’emergenza, ma non aiutano un paese a progredire e rendono i governi meno responsabili nei confronti dei loro cittadini. Inoltre, gli aiuti sono il mezzo più efficace con cui gli stati donatori controllano le nazioni africane, senza correre il rischio di essere definiti colonizzatori.

 

Torniamo a noi. Diamo un’occhiata alla foto di pagina 25. Di certo quel bambino va aiutato. Ma con più efficacia aiutiamo lui e quelli che verranno, se ci assumiamo la responsabilità di agire (anche informandoci meglio) per far sì che il business della fame e della povertà sia archiviato al più presto.

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale