TATALITA – NOVEMBRE 2017
Elianna Baldi

“La famiglia come luogo di educazione” è il tema del nuovo anno pastorale nella diocesi di Bangui, capitale del Centrafrica. L’anno è stato aperto con i tradizionali cinque giorni di conferenze e dibattiti sul tema, che è stato affrontato più che altro dalla prospettiva del matrimonio da un punto di vista dottrinale, canonico, giuridico e pastorale. Il punto di riferimento è il matrimonio monogamico e sacramentale, in una società con una forte tradizione poligamica e con una difficoltà reale per le coppie a trovare soldi per il “business” della dote, presupposto per accedere al sacramento.

La guerra civile, che dura ormai da quattro anni, ha disintegrato molte famiglie. Come quelle di Christelle, Anny, Colette… e di tante altre donne i cui mariti sono stati uccisi e che, sole con numerosi figli, hanno spesso solo una tenda come riparo. Talvolta bussano alla nostra porta per cercare un po’ di riso o un aiuto per le medicine.

Oppure come la famiglia di Zainabou, padre musulmano che aveva ripudiato la madre cattolica sua prima moglie e che è stato ucciso durante gli avvenimenti che hanno innescato il conflitto nel 2013. Lei e i suoi fratelli sopravvivono cercando rifugio dove capita.

O ancora come le famiglie delle donne e dei bambini della 6ª Regione recentemente fuggiti a Bangui, i cui mariti e figli maschi più grandi sono rimasti nelle zone messe a ferro e fuoco dai ribelli per cercare di difendere la loro dignità e quel che resta dei loro beni. Oppure di donne come Marie che lotta per vivere, mentre il marito malato si trova in Francia perché qui in Centrafrica non c’è modo di curarsi come si deve.

Senza parlare poi dello stuolo di ragazze madri, che sono il “prodotto” del disordine creato dalla crisi. O del numero impressionante di donne che, con l’accordo dei compagni, si fanno impiantare gratuitamente dall’ong Medici senza frontiere una pillola anticoncezionale sottocutanea con un effetto di cinque anni.

Sono alcuni esempi per fare comprendere il “puzzle famigliare” di Bangui.

Dunque che cosa significa educare oggi in Centrafrica? Che cosa significa concretamente affermare che la famiglia è il luogo privilegiato di educazione? Quale valore aggiunto ha una coppia sposata in chiesa nell’educare i figli? Come aiutare tutte le famiglie che non rispondono a questo modello? Qual è la relazione tra matrimonio sacramentale e educazione, così da avviare un’uscita definitiva da questa spirale di violenza? A volte ho l’impressione che si perdano delle buone occasioni per parlare delle vere sfide, quelle che toccano la vita concreta.

Nella messa solenne di inizio Anno pastorale, alla fine di una sessione che ha insistito sul matrimonio monogamico sacramentale, il cardinale Nzapalainga non ha parlato apertamente di questo: forse perché in prima fila c’era il presidente della repubblica con la prima delle sue due mogli, con le quali si è sposato ufficialmente qualche giorno prima del giuramento? Touadéra sta gestendo il paese come un padre che cede a tutti i capricci dei sui figli scapestrati, facendo entrare i ribelli nel governo e nella presidenza. Che ne sarà degli altri figli maltrattati, violentati, impoveriti, esiliati, a cui raramente si rivolge?

Nella foto: una giovane donna centrafricana incinta, nel campo di Garoua-Boulaïau, in Camerun. (Laurence Hoenig / MSF)

Cosa significa educare
Atteniamoci alla scuola. I dati del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, riferiti al 2015, dicono che in Centrafrica la media degli anni di scolarizzazione è 4,2. Significa che un consistente numero di bambini non mette piede in aula.

Mons. Nzapalainga

Nella celebrazione del 1° ottobre, ha affermato che «parlare della famiglia come luogo d’educazione significa insistere sull’importanza della vita, così da sradicare le cultura di morte e di odio che si è diffusa nel nostro paese».