Maurizio Ambrosini
Il Mulino, 2019, pp. 188, € 15,00

Gli immigrati non sono semplicemente intelletti e braccia che producono reddito. E fin qui ci arrivano in molti, in Europa e in Italia, anche se con accenti, giudizi e valutazioni talora contrapposti sul fenomeno migratorio. Sono, gli immigrati, persone titolari di diritti. E anche qui una convergenza si trova, specialmente sui diritti in ambito lavorativo.

Ma della dimensione familiare del migrante ci si interessa poco. In Italia, anche coloro che sono sempre pronti a sbandierare il valore della famiglia in termini politici, etici e religiosi, in realtà si riferiscono alla famiglia autoctona. Le famiglie immigrate? Non pervenute.

A recuperare questa rimozione collettiva ci pensa, con la consueta lucidità, l’ultimo libro del professor Ambrosini, docente di Sociologia del processi migratori e di Politiche migratorie all’Università degli studi di Milano. Il quale, per sottolineare le transizioni a cui sono sottoposti i legami familiari utilizza l’espressione “tre famiglie di migranti”: la famiglia che si forma nel paese di origine e dunque in un contesto sociale che conosce; la famiglia che deve affrontare la prova della separazione quando uno dei componenti adulti va a cercare lavoro all’estero; la famiglia che si ricongiunge, completamente o parzialmente, nel paese di immigrazione.

L’autore, nel sottolineare che il testo «propone della famiglia immigrata una visione dinamica, processuale e inevitabilmente attraversata da tensioni e fragilità», sintetizza così il contributo del suo studio: «Affermare e promuovere la “cittadinanza familiare”, intesa come diritto dei componenti di una stessa famiglia a vivere insieme, a riunirsi se divisi da un confine, a non essere separati forzatamente, a condividere la medesima cittadinanza nel paese che abitano: di fronte alle politiche migratorie attuali, questa è la sfida oggi cruciale.

In particolar modo la “cittadinanza genitoriale”, ossia il diritto dei figli di vivere con i loro genitori, non gode per gli immigrati degli stessi solidi diritti di cui gode per i cittadini nazionali».

E a proposito di cittadinanza familiare, Ambrosini ricorda che nell’articolo 13 del contratto di governo dell’alleanza giallo-verde (tramontata lo scorso agosto) le famiglie immigrate sono citate una sola volta come possibili responsabili di casi fittizi di ricongiungimento…

Nel capitolo incentrato sul rapporto tra legami familiari e l’invio di rimesse si evidenzia, facendo riferimento a ricerche condotte in Lombardia e Liguria, la capacità di risparmio e la dedizione delle madri di famiglie transnazionali.

Una dedizione, con l’invio nel caso ligure di importi mensili medi di 300 euro, che non diminuisce nel corso del tempo, finché i figli rimangono in patria. Sempre sul tema rimesse, non c’è dubbio che migliorano istruzione, alimentazione e abitazione. Eppure il governo giallo-verde ha introdotto a gennaio 2019 un prelievo fiscale dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso i paese extra Ue: una tassa sugli immigrati che aiutano casa loro, chiosa Ambrosini.

E a coloro che affermano che le rimesse alimentano uno sviluppo dipendente dall’estero, il professore argomenta che i migranti di solito investono in terreni e case, come simbolo del loro successo, e dunque danno lavoro all’industria edilizia. Inoltre sostiene che le risorse delle famiglie transnazionali non possono sostituire il ruolo delle istituzioni pubbliche nella promozione dello sviluppo economico. Che richiede stabilità politica, apparati governativi funzionanti, dotazioni infrastrutturali.