Burkina Faso / Caso Sankara
Lunedì sono partiti i lavori per l’esumazione delle spoglie dell’icona burkinabè, Thomas Sankara. Un passo fondamentale per scoprire cosa avvenne nell’ottobre del 1987 quando venne assassinato. Ma anche decisivo per dar slancio al cambiamento che il paese tanto desidera. Far pace col passato per proiettarsi nel futuro.

A piccoli passi il Paese degli Uomini Integri continua il proprio cammino verso le presidenziali del prossimo 11 ottobre. Dopo il ritorno in patria della vedova Sankara e la sua comparsa davanti al giudice istruttore una decina di giorni fa, lunedì sono cominciati i lavori di esumazione delle spoglie del Capitano e dei 12 compagni caduti con lui quel lontano 15 ottobre 1987. Il processo sull’assassinio dell’ex Presidente burkinabè entra in una fase cruciale, dopo 18 anni d’attesa.

Lunedì il cimitero Dagnoen, a est di Ouagadougou, era gremito da una folla silenziosa, tenuta fuori dal campo santo dalla Gendarmeria. Sentimenti contrastanti, un po’ come il cielo sopra la città che ha minacciato tutto il giorno con nuvoloni fuori stagione. Il team d’esperti, nominato dal giudice e composto da 2 medici burkinabé e 1 francese (si tratta del Prof. Robert Soudré, Dott. Norbert Ramdé, due periti incaricati dalla Corte d’Appello di Ouagadougou, e del Prof. Alain Miras, medico giurista presso la Corte d’Appello di Bordeaux), ha cominciato a lavorare sulle tombe di due compagni di Thomas Sankara. Per l’apertura del suo mausoleo, invece, bisogna aspettare il giorno seguente. La gente, accalcata sui muri di cinta e fuori dal cimitero, ha accompagnato le casse contenenti i presunti resti (qualche osso e dei frammenti di vestiti) dell’ex presidente intonando l’inno nazionale, come durante l’assalto all’Assemblea Generale il 30 ottobre scorso. Mariam Sankara, che si è rifiutata di presenziare martedì, ha dichiarato: «non è facile per certe famiglie. Là c’è un clima di morte. È come andare all’obitorio».

La famiglia Sankara non è mai stata informata ufficialmente su dove fosse sepolto il Capitano né ha mai potuto vederne il corpo esanime. Ricostruzioni, testimonianze e voci hanno poi trasformato 13 anonime tombe del cimitero Dagnoen nel mausoleo di Thom Sank e dei martiri del 15 ottobre 1987, anche se la famiglia non ha mai creduto che lui riposasse davvero in quel luogo. L’analisi del Dna sui resti ritrovati nelle tombe in questi giorni potrebbero finalmente dare una risposta a Mariam e al popolo burkinabé segnando una svolta che potrebbe velocizzare il processo sull’omicidio dell’ex Presidente e altri dossier politici dell’Era Compaoré (come quello di Norbert Zongo) che fremono sulla scrivania del giudice.

Come ricorda Bénéwendé Stanislas Sankara, capo del pool di avvocati della famiglia: «Sono ormai 18 anni di procedura legale, 18 anni che lottiamo contro tutte le giurisdizioni. Siamo stati perfino davanti alla commissione dei diritti dell’uomo dell’Onu che, nel 2006, ha condannato lo Stato del Burkina Faso intimandogli di riprendere l’inchiesta. Ma ci sono voluti anni di ping-pong fra le diverse procedure giudiziarie nazionali. Il presidente Compaoré, ovviamente, non aveva nessun interesse a fare luce sulla faccenda, visto che era lui ad aver tratto beneficio da tale crimine che ogni giurisdizione burkinabé sotto il suo regime si è dichiarata incompetente a giudicare». Stanislas, recentemente nominato candidato unico del fronte sankarista (formato da 10 partiti e diversi movimenti) alle presidenziali, si dice comunque fiducioso rispetto allo svolgimento del processo: «Con il cambio di regime e sotto lo sguardo vigile del popolo burkinabé che tiene particolarmente a questo dossier, gli errori non sono più accettabili. Bisogna andare fino in fondo. Dobbiamo rispettare le procedure e i diritti della difesa per arrivare a scoprire gli autori di tale assassinio e a punirli davanti alla legge. Se abbiamo resistito per 18 anni ora siamo disposti ad aspettare ancora quel poco che manca per raggiungere la verità».

Una verità fortemente cercata anche dalla campagna internazionale “Giustizia per Thomas Sankara. Giustizia per l’Africa” nata il 21 dicembre 2009 e che, recentemente riproposta sui social networks, ha superato le 13mila adesioni in tutto il mondo. Parallelamente il 5 maggio è stato lanciato da 26 deputati burkinabé del Cnt (Consiglio Nazionale della Transizione) un appello al governo francese per l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulle circostanze dell’assassinio dell’ex Presidente del Burkina Faso, chiedendo anche di rendere pubblici documenti e archivi rimasti coperti dal segreto di Stato. La lettera dei deputati burkinabé è stata indirizzata direttamente a Claude Bartolone, presidente del Parlamento francese nato a Tunisi da madre maltese e padre siciliano, un bracciante agricolo scappato in Tunisia durante il fascismo. La petizione è già stata firmata da circa 2000 persone, fra cui molti italiani grazie all’impegno di personalità del mondo dello spettacolo come Fiorella Mannoia e giornalisti come Silvestro Montanaro.

L’attenzione con cui viene seguito questo processo, in Burkina Faso, in Africa e non solo, rivela una volta di più quanto il vento di cambiamento e la lotta per maggiori diritti e dignità del Burkina di oggi sia legato a doppio filo con le ferite aperte del passato e con gli ideali sankaristi di cui questa terra è ancora pregna. 

Nella foto in alto Thomas Sankara primo presidente del Burkina Faso. Nella foto sopra la tomba in cui si suppone riposare il corpo di Thomas Sankara riaperta in questi giorni.