Togo / Elezioni scontate
Ha modificato la Costituzione e ora il presidente uscente si ripresenta per un quarto mandato, rendendo impossibile l’alternanza di governo. È la logica del regime della famiglia Gnassingbe, al potere da oltre cinquant’anni in Togo.

I togolesi sono chiamati alle urne sabato 22 febbraio per eleggere il loro presidente. Dieci le candidature presentate alla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), ma è la Corte costituzionale a convalidarne la lista definitiva.

L’8 gennaio, termine ultimo per la presentazione delle candidature, è arrivato anche il dossier del presidente uscente, candidato alla propria successione e dunque al quarto mandato. Faure Gnassingbe, indicato dall’Unione per la repubblica (Unir), il partito-governo, ha dichiarato beffardo: «Ho ringraziato e in tutta umiltà ho semplicemente accettato».

Rieccoci, dopo 54 anni di indiscusso potere della famiglia Gnassingbe (se non è “stabilità politica” questa!), il paese che guarda sul Golfo di Guinea (7,8 milioni di abitanti; 56.785 km²) si deve rassegnare ad altri cinque. Perché Faure si è rivelato sordo a ogni richiesta degli oppositori e di tanta parte dell’opinione pubblica interna e internazionale, di non ripresentarsi candidato dopo tre mandati.

Subito dopo l’elezione del 2015, che aveva visto Faure trionfare con il 58% dei suffragi, si era rimesso in moto quello “pseudo-dialogo” che dura da tre decenni ormai, e che vede un’opposizione sempre divisa confrontarsi con un potere apparentemente disponibile, ma refrattario anche alla più blanda proposta di mediazione, pur di rimanere arroccato sulla propria poltrona.

Nel settembre 2017 il governo, facendo finta di accondiscendere a una richiesta dell’opposizione, porta in parlamento un progetto di riforma della Costituzione che prevede uno scrutinio uninominale maggioritario a due turni (invece di un solo come in precedenza) e il limite di due mandati.

Solo che la misura non è retroattiva e spalanca la porta ad altri due mandati per Faure, presidente dal 2005, cioè dalla morte del padre Gnassingbe Eyadéma (al potere per 38 anni, cioè fino alla morte). Quell’elezione truccata aveva provocato 500 morti, secondo il rapporto dell’Onu del 29 agosto 2005. Era poi stato rieletto nel 2010 e poi nel 2015 con una Costituzione che non limitava il numero dei mandati.

E ora può ripresentarsi candidato, e così sarà, nel 2025. Il popolo togolese, il 6 e 7 settembre di tre anni fa, era sceso massicciamente in piazza a Lomé, la capitale, per manifestare contro la truffa e per chiedere l’alternanza al potere. Senza esito.

L’8 maggio 2019 il governo ha fatto votare dal parlamento, alla quasi unanimità, in assenza delle opposizioni che avevano boicottato le politiche, la nuova Costituzione, risparmiandosi un referendum popolare confermativo. Si vota anche l’immunità a vita «per gli atti compiuti durante i mandati presidenziali». Lo scorso novembre si approva una legge che, per la prima volta, dà modo alla diaspora di prendere parte al voto.

La scelta di mons. Kpodzro

Il 13 novembre, diversi partiti di opposizione e responsabili della società civile, in primis i vescovi cattolici, e più deciso di tutti mons. Philippe Fanoko Kpodzro, avevano formalmente chiesto la “sospensione” del processo elettorale e l’apertura di un dialogo così da creare le condizioni per un buon svolgimento del voto.

L’opposizione ritiene che uno scrutinio trasparente debba avere tre fondamenti: la ricomposizione della Corte costituzionale il cui presidente è Abdou Assouma (mancano due dei 9 componenti la Corte), la formazione di liste elettorali affidabili (ora fatte frettolosamente, ricolme di doppioni, elettori morti e altri sconosciuti), la revisione della Ceni, che organizza il voto e ne proclama i risultati.

Sul versante della Chiesa c’è da rilevare che la scelta di mons. Kpodzro di parlar chiaro e di schierarsi con l’ex primo ministro Kodjo Agbeyome di cui voleva fare, non riuscendovi però, il candidato unico dell’opposizione, non è stata condivisa dagli altri vescovi cattolici.

Ma l’arcivescovo emerito di Lomé, 90 anni a marzo, ha una lunga storia di coinvolgimento nella vita politica: presidente della Conferenza nazionale sovrana nel 1991 e poi del parlamento transitorio che varò la Costituzione approvata al 98% dell’elettorato (poi modificata nel 2002 da Eyadema). Giustifica la sua scelta con il fatto che conosce bene il regime e risponde così alle critiche: «Non faccio altro che pregare il Signore di porre fine alla dittatura che ci strapazza da cinquant’anni».

Oppositori

Sul piano strettamente politico, due soli candidati emergono tra gli oppositori. Innanzitutto Jean Pierre Fabre, ex capofila dell’opposizione, designato dall’Alleanza nazionale per il cambiamento (Anc), il secondo partito politico, secondo i risultati delle municipali, che si presenta per la terza volta (nel 2010 aveva avuto 33,93% dei voti e nel 2015 il 35,19%, sempre secondo dietro Faure) e che ha invitato il presidente a non ricandidarsi per evitare «tensioni sociopolitiche». C’è poi Kodjo Messan Agbeyome, ex primo ministro (agosto 2000-giugno 2002) e ora deputato e presidente del Movimento patriottico per lo sviluppo e la democrazia (Mpdd).

L’avvocato Yawovi Agboybo, 76 anni, primo ministro dal settembre 2006 al dicembre 2007, presidente fondatore del Comitato di azione per il rinnovamento (Car) ha preferito, da parte sua, rinunciare alla corsa elettorale e ha invitato la gente alla «resistenza», cioè a opporsi al regime.

Per lui «non ci sono le condizioni necessarie alla libera espressione del voto, alla trasparenza e all’equità dello scrutinio presidenziale. Il peggio è che si sta facendo di tutto per assicurare in maniera sistematica la vittoria del regime in atto». Ha così ritirato i suoi uomini dalla Ceni, accusandola di opacità e di non tener conto dei rappresentanti dell’opposizione.

E la gente? Il giornalista Edem Kokou ci racconta da Lomé che ha incontrato molti elettori «indifferenti» perché, ne sono certi, le elezioni avranno un risultato scontato. Altri ritengono che non siano mai state trasparenti. Le rivenditrici del mercato, per parte loro, temono una contrazione degli affari: «La gente non viene a comperare», si lamenta una di loro. E i giovani che sono la maggioranza dei potenziali elettori? Hanno perso interesse, dopo che così tante volte il desiderio di cambiamento è andato puntualmente frustrato.

«La maggioranza delle popolazione sta marcendo nella miseria quotidiana», denuncia l’opposizione. La parola “miseria” o “grande miseria” ritorna spesso sulle labbra di chi non fa sconti al regime e guarda alla quotidianità delle famiglie.

È il caso di don Pierre Marie-Chanel Affognon, coordinatore di Forze vive Speranza per il Togo, che in una lettera aperta rivolta ai candidati a inizio gennaio scrive: «I più vivono senza acqua né elettricità, senza strade né infrastrutture socio-educative, senza poter accedere a strutture adeguate di salute né a una educazione di qualità dei propri figli. La copertura sanitaria, uno dei diritti fondamentali dell’uomo, rimane un’utopia per le nostre popolazioni».

Nella foto: Faure Gnassingbe, 53 anni, presidente dal 2005. (Credit: Encyclomedia)