Togo / Voto presidenziale
Il turno unico e l’opposizione divisa avvantaggiano il presidente uscente. Che il 25 aprile si presenta per il terzo mandato. 3,5 milioni di togolesi chiamati alle urne. Molti i delusi dalla mancata riforma delle legge elettorale.

Sabato 25 aprile, dunque, i togolesi vanno alle urne per eleggere il loro presidente. In lizza ci sono cinque candidati: quattro sono oppositori. Fanno fronte al presidente uscente, Faure Gnassingbé, che si presenta per la terza volta. I 3,5 milioni di elettori voteranno a turno unico, il che naturalmente favorisce Gnassingbé, anche perché l’opposizione non è riuscita a compattarsi dietro un candidato unico, l’unico vero modo per vincere.

Contrariamente a quanto avvenuto nel 2005, ma come nel 2010, l’opposizione parte in ordine sparso. Né Jean-Pierre Fabre, il capo dell’opposizione, né il suo ex alleato il professor Aimé Gogué, né Mohamed Tchassona Traoré, originario di Sokodé, né l’ultimo arrivato sulla scena politica Gerry Komandega Taama, hanno trovato un accordo sulla candidatura unica e soprattutto sulla personalità che avrebbe potuto affrontare Faure Gnassingbé. Jean-Pierre Fabre si considera il candidato naturale dell’opposizione, facendosi forte dei suoi 16 deputati all’Assemblea nazionale. Certo, non avrebbe rifiutato di essere il candidato unico, ma almeno nessuno gli rimprovererà di voler monopolizzare l’opposizione. Chiaro che così la battaglia sarà più difficile.

Il voto a un solo turno, previsto dalla legge del 2002, significa che una maggioranza relativa è sufficiente per vincere lo scrutinio. Dal 2006, la necessità di una riforma era stata accettata dal potere in carica. Nel 2013, dopo le legislative, e in vista delle presidenziali, la questione della riforma elettorale per via costituzionale si era riproposta.

Fondandosi sull’accordo del 2006, la riforma mirava a ristabilire uno scrutinio a due turni e a limitare a due il numero dei mandati presidenziali. Il dialogo si era bloccato, come prevedibile, su quest’ultima disposizione. L’opposizione, infatti, voleva profittare della riforma per impedire a Faure Gnassingbé di presentarsi per un terzo mandato.

L’Anc, l’Alleanza nazionale per il cambiamento di Jean-Pierre Fabre, insisteva su una formulazione della legge fondamentale che stipulasse che un «presidente non può effettuare più di due mandati». Sospettosa, la maggioranza rigettava la formulazione reclamando che le lancette venissero rimesse a zero così da permettere a Faure di ambire altri due mandati di 5 anni.

L’opposizione stessa era (ed è) divisa sulla strategia da seguire. Mentre l’Anc rifiutava l’idea che Faure potesse pretendere un terzo mandato, altre personalità come per esempio Dodji Apévon, leader del Car, Comitato di azione per il rinnovamento, suggeriva un compromesso secondo cui Faure Gnassingbé sarebbe stato autorizzato a ripresentarsi, ma per l’ultima volta, nel 2015. Dopo mesi di querelle e senza che si potesse raggiungere un compromesso benché minimo, la riforma veniva abbandonata.

L’episodio è gravido di conseguenze per le presidenziali, perché una parte importante dell’opposizione, guidata dal Car di Dodji Apévon, rifiutava lo scrutinio, preconizzando il boicottaggio. Una linea di frattura che divideva e indeboliva anche la società civile, in particolare il potente collettivo “Salviamo il Togo”.

Liste elettorali
Se la battaglia sulla riforma costituzionale ha rovinato l’unità dell’opposizione, la questione dell’affidabilità del processo elettorale, in particolare delle liste elettorali, ha posto in luce la difficoltà dell’opposizione a contare.

Il primo a suonare il campanello d’allarme è stato Alberto Olympio, nipote di Gilchrist Olympio, figlio del primo presidente del Togo, Sylvanus Olympio, assassinato nel gennaio 1963. Alberto è una novità sulla scena politica. In qualche mese è stato capace di far soffiare sulla classe politica togolese l’aria fresca della modernità e dell’imprenditoria. Ma subito, popolare e con un partito che rivendica 45.000 iscrizioni, Alberto Olympio getta la spugna, lasciando il ring ancora prima di cominciare lo scontro. Attacca però a rovesci in faccia, la Ceni, la Commissione elettorale nazionale indipendente.

Per Alberto Olympio, le liste elettorali conterrebbero un 30% di falsi elettori. Insiste dunque su una verifica, cosa puntualmente rifiutata dalla Ceni acquisita al campo presidenziale. Mentre Alberto invita gli altri potenziali candidati dell’opposizione a boicottare le elezioni, Jean-Pierre Fabre riprende per conto suo gli stessi argomenti sull’affidabilità delle liste. Ricorre a Bruxelles contro la società Zetes, incaricata della stesura delle liste elettorali, mantenendo però la propria candidatura.

La Ceni si decide allora all’idea di una “ripulitura” delle liste e fa appello all’Organizzazione internazionale della francofonia. Gli esperti avranno tre settimane per spulciare dalle liste gli elettori fantasma. Sulle liste sono iscritti quasi 3,5 milioni di persone. Un tempo insufficiente, considera l’opposizione, che ritiene ci vogliano almeno tre mesi per un ricalcolo completo, anche perché le liste sono state stabilite in base a testimoni più che sulle carte d’identità! E ciò nonostante la modernizzazione dello stato civile togolese.

I partiti accettano comunque le conclusioni della revisione delle liste. In Togo però, bisogna dirlo, la stessa composizione delle liste elettorali è un… mistero! Alla presidenziale del 2010, le liste contenevano 3,6 milioni di iscritti, diventati solo 3 milioni tre anni dopo per le legislative, prima di risalire a 3,5 milioni quest’anno. Nonostante tutto, comunque, i candidati dell’opposizione accettano il consenso sulle liste, esprimendo ormai “inquietudini” solo sul modo che verrà seguito per la centralizzazione dei risultati.

Ma non ci stanno i leader politici che rifiutano di partecipare al voto per non legittimare uno scrutinio che si annuncia già affetto da irregolarità. Per Alberto Olympio, l’Organizzazione internazionale della francofonia non ha risolto il problema di fondo.

Cinque uomini per una poltrona
Gerry Komandega Taama, 40 anni, è il più giovane dei candidati e il meno noto. Eppure, questo ex militare di carriera, formato alla prestigiosa scuola francese di Saint-Cyr, presenta un profilo atipico. Il suo partito, il Net (Nuovo impegno togolese), non s’è quasi notato alle legislative del 2013, il che non ha impedito al suo presidente di definirsi «candidato di rottura». Editore e capo di impresa, Gerry Taama è un buon oratore e non risparmia critiche e ai suoi concorrenti dell’opposizione e al candidato-presidente. Il suo attivismo sulla rete gli ha dato un po’ di visibilità, benché ancora molto lontano dai risultati di Alberto Olympio, che aveva suscitato una certa adesione popolare prima di rinunciare alla corsa.

Contrariamente a Gerry Taama, Aimé Tchabouré Gogué è un vecchio lupo della politica togolese. A 68 anni, il decano della facoltà di scienze economiche e vicerettore dell’università di Lomé, ha già esercitato funzioni ministeriali tra il 1991 e il 1993 durante la transizione. Alleato da sempre dell’oppositore Jean-Pierre Fabre, se ne è allontanato per lanciarsi nella corsa presidenziale. Vorrebbe sottrarre voti alla base elettorale del presidente, nel nord del paese. Aimé Gogué è il candidato dell’Alleanza dei democratici per lo sviluppo integrale (Addi).

Mohamed Tchassona Traoré guarda piuttosto al centro del paese, regione tradizionalmente favorevole all’opposizione, ma dove alle ultime legislative in partito Unir del presidente Faure ha fatto un buon risultato. A 55 anni, Mohamed Tchassona Traoré, leader del Movimento cittadino per la democrazia e lo sviluppo (Mcdd), è stato membro della seconda alleanza dell’opposizione, l’alleanza Arcobaleno. Notaio di formazione, è stato militante dei diritti dell’uomo e ha partecipato nel 1998 e nel 2006 al dialogo politico come membro del Prd (Partito per la democrazia e il rinnovamento), la formazione di Zarifou Ayeva. Ma quando quest’ultimo ha aderito alla maggioranza presidenziale, Mohamed Tchassona Traoré ha preferito creare un proprio partito e rimanere all’opposizione.

A 62 anni, Jean-Pierre Fabre ha fatto dell’opposizione costante la sua bandiera. L’ex professore universitario ha lavorato in un gabinetto di architetti prima di entrare in politica nel 1991 a fianco di Gilchrist Olympio, allora figura carismatica dell’opposizione. Tenace e intransigente, Jean-Pierre Fabre si impone un po’ alla volta come l’indispensabile numero 2 dell’Ufc (Unione delle forze del cambiamento), soprattutto che il suo leader è spesso in trasferta all’estero. Nel 2010, è lui a vestire i colori del partito, dato che Gilchrist Olympio era incappato in un incidente casalingo. Quell’anno arrivò secondo con il 34% dei voti. Quando alcune settimane dopo Gilchrist Olympio decideva di passare armi e bagagli nei cieli più clementi della maggioranza presidenziale, tradendo tutta una storia come capo vero e carismatico dell’opposizione, Jean-Pierre Fabre sbatteva la porta e creava l’Anc, che nel 2013 diventava la principale formazione di opposizione. Da allora, il candidato del Cap 2015 ha cercato di migliorare la sua statura di uomo di stato, stabilendo anche relazioni con diversi capi di stato dell’Africa occidentale. Il suo punto debole rimane però l’avversione irriducibile dello stato maggiore militare (vero padrone del Togo!), così come quella della fascia nordista dell’elettorato.

Il presidente uscente, Faure Gnassingbé, tenta da dieci anni di far uscire il paese dallo scontro politico Nord-Sud in cui lo aveva rinchiuso il duello tra il padre Gnassingbé Eyadema e Gilchrist Olympio. Sa di poter contare sul sostegno indefettibile della regione settentrionale del paese, così come dell’establishment togolese, due cerchi spesso confusi tra loro. A 49 anni, Faure Gnassingbé, formatosi a Dauphine, allievo a Saint-Cyr e laureato all’università Georges Washington, cerca un terzo mancato di 5 anni. Dalla disgraziata elezione del 2005, con Lomé che affogava nel sangue (uccise almeno 500 persone), il giovane presidente si è sforzato di far dimenticare il passato una “filiazione” che pesa sulle sue spalle come un marchio d’infamia. Modernizzando le strutture ereditate dal padre, cambia in maniera soft la squadra e le abitudini in favore di una generazione più giovane. Discreto e poco comunicativo, Faure Gnassingbé è un presidente invisibile agli occhi dei togolesi. Se ne difende, presentando le realizzazioni dei suoi due mandati: crescita media tra il 5 e il 6%. Dietro un volto pulito e imperturbabile del quarantenne moderno, si nasconde però una volontà implacabile: quella che gli impedisce in particolare di dare la grazia a suo fratello Kpatcha, in prigione dal 2009 e condannato a 20 anni di prigione per aver tentato di rovesciarlo con una frangia dell’esercito.

Come finirà?
Le elezioni si svolgeranno nell’indifferenza di tanta parte dell’elettorato ormai delusa e amareggiata nel costatare che l’alternanza in Togo è diventata impossibile. Sono troppi i togolesi a credere che un cambiamento non verrà dalle urne. Amnesty International teme il peggio. La Comunità economica degli stati dell’africa occidentale (Cedeao) intende che solo la Ceni è abilitata a dare i risultati. Ma se il “miracolo alla nigeriana” si compisse anche per il piccolo paese della Costa atlantica africana, saremo noi i primi, togolesi per vent’anni, a festeggiare. Vive le Togo!

Nella foto in alto il presidente uscente del Togo, Faure Gnassingbé, candidato e favorito nelle prossime elezioni, durante un comizio a Tago, il 13 aprile scorso. (Fonte: Reuters/Noel Tadegnon)