Intervista al professore bolognese
Anche Prodi scommette sul continente, sebbene mantenga alcune riserve sul risveglio economico, su un ceto politico corrotto, sulle tensioni politiche e sul terrorismo. «Ma si sta formando una classe medio-bassa che porterà cambiamenti strutturali in Africa». (Intervista tratta dal numero di marzo di Nigrizia)

L’Africa gli è servita per scrollarsi di dosso le cicatrici lasciategli dalla politica italiana. E anche ora che non ha più alcun incarico ufficiale con le Nazioni Unite (il 31 gennaio 2014 è terminato il suo mandato di inviato speciale per il Sahel), Romano Prodi continua il suo impegno per il continente. Domenica 16 febbraio è volato a Dakar per una riunione organizzata dall’Onu, affinché i consigli custoditi nel suo rapporto acquistino concretezza. Ai primi di aprile una delegazione di capi di stato e dirigenti degli stati del bacino del Lago Ciad faranno tappa a Bologna, da Bruxelles, per incontrarlo. La Fondazione per la collaborazione tra i popoli, presieduta dal professore bolognese, si è infatti assunta l’onere di dare una mano nell’organizzare una conferenza tra i paesi del bacino del lago, che sta scomparendo, tesa a promuovere un’azione comune per frenare il disequilibrio ecologico, agricolo, alimentare sconvolto pesantemente in questi anni.

Prodi era a Roma il 13 febbraio anche per presentare il Rapporto Ispi – commissionato dal ministero degli esteri – su La politica dell’Italia in Africa. Le sue sono state parole che hanno cercato di scansare l’ovvio e il teatro delle illusioni. Perché se fino a ieri la discussione sull’Africa è stata colonizzata da disillusioni e vittimismi, oggi trionfano le analisi sul rinascimento africano; una nuova “narrativa” – come amano chiamarla i cantori della “rivoluzione” in atto – basata su Pil in crescita e instabilità calanti. Prodi assume una via mediana. «C’è fermento. Si scommette sull’Africa. Lo si respira anche in tutti i consessi internazionali. Ma per me restano ancora alcuni dubbi». Vedremo quali.

 

Presidente, il giudizio sintetico che emerge dallo studio dell’Ispi è molto severo: parla di un’Italia in piena afasia strategica. Di una sistematica assenza di missioni politiche di alto profilo in Africa. Ritiene che il nostro sia un errore figlio di miopia politica? O geopoliticamente per l’Italia era poco realistico puntare sul quel continente?

Il rapporto non può sfuggire dalla realtà. La nostra cooperazione con l’estero ha progressivamente indebolito i suoi impegni. Di fronte a questa mancanza di mezzi e priorità, inevitabilmente si è infiacchita anche la strategia. Tutta una serie di obblighi e obiettivi, assunti in precedenza, non sono poi stati mantenuti. Quindi il rapporto Ispi non è severo: registra la realtà. Constata la nostra debolezza nella politica africana. Nell’area subsahariana, l’azione italiana – sia come politica di aiuti sia come presenza e influenza negli aspetti decisionali dei vari paesi – è estremamente più debole rispetto ad altre realtà europee. Ma tutto ciò è purtroppo noto da tempo e non ci sorprende ormai più. Forse il rapporto dell’Ispi poteva evidenziare altri aspetti.

Quali?

Mettere in rilievo, ad esempio, l’attivismo africano di organizzazioni non governative o quello di alcune regioni italiane. Oppure sottolineare le presenze del mondo cattolico e non. Quando vai al di là del Sahara smetti di incontrare aziende italiane e incroci italiani che fanno del bene. Migliaia di persone che mantengono ancora viva una fiaccola nel continente, anche se la loro attività può apparire una goccia nel mare rispetto alle esigenze di quelle aree.

Anche lo studio dell’Ispi evidenzia il risveglio economico del continente, esaltando la crescita prepotente registrata da alcuni paesi. Lei, tuttavia, rimane perplesso su un eccesso di trionfalismi. Perché?

Personalmente, più che di rinascimento africano preferisco parlare di fermentazione. E la giudico positivamente, perché prima non c’era. Ma mantengo alcune riserve. La prima. È vero che negli ultimi tempi si è registrata un’inversione di tendenza economica. Ma arriva dopo anni di calo. Cito sempre una cifra per chiarire questo aspetto: la percentuale di prodotto lordo africano è oggi identica a quella del 1980. Il continente e la ricchezza che produce contano nel mondo come 34 anni fa. È un livello troppo trascurabile, e molto inferiore alla percentuale di popolazione africana. Seconda riserva. Gli indici di povertà assoluta sono calati in percentuale, ma restano ancora troppo elevati. Terza questione. Se i paesi africani non costruiranno un rapporto politico tra di loro – cooperando, aprendo le frontiere e i mercati, realizzando infrastrutture in grado di legare i diversi stati – questa fermentazione è destinata ad arrestarsi. La Cina continua con un ritmo di sviluppo positivo da decenni grazie alle sue infrastrutture, all’aumento del tasso scolastico, di risorse per la ricerca e lo sviluppo…Sono segnali di una continuità nel progresso. Segnali difficili da scorgere in un’Africa che mantiene 54 paesi separati tra di loro. Quarta riserva. Sono necessari cambiamenti radicali nei metodi di governo. Mi riferisco, in particolare, al fenomeno della corruzione della classe dirigente e della mancata libertà di espressione democratica. La corruzione endemica africana pesa enormemente sulle possibilità di sviluppo immediato.

L’ha già accennato. Da anni lei si batte per un’Africa soggetto unico. Propone soluzioni di carattere regionale ai problemi del continente. Eppure anche oggi nel continente c’è una spinta alla frammentazione. Vedi i casi di Sud Sudan, Centrafrica, Mali, Libia, Nord della Nigeria…Non teme che queste spinte centrifughe minino i tentativi di cooperazione regionale?

Ci sono passi avanti e passi indietro. Evidentemente le nuove tensioni sono un passo indietro. Però dobbiamo essere oggettivi: la conflittualità in Africa è drammatica, ma è andata diminuendo. Può sembrare un insulso al buon senso quello che sto per dire: ma devo constatare che questi tragici conflitti erano ancora più tragici in passato. Oggi, tuttavia, c’è un nuovo elemento negativo.

Quale?

Un terrorismo internazionale che promuove tensioni al di qua e al di là dei confini dei singoli paesi e che è estremamente mobile. Un terrorismo che non ha confini e che mette in tensione le popolazioni. Ma al di là delle problematicità, si registrano progressi – lentissimi certo, ma ci sono – nella infrastrutturazione, che lega i diversi paesi, e negli accordi regionali. Le faccio un esempio: il boom dei telefoni portatili ha indubbiamente aiutato la creazione di un mercato più ampio, che noi riteniamo necessario per far progredire il continente. Ed è anche un indubbio progresso tecnologico.

Torniamo alle tensioni. Lei in passato si era espresso in modo contrario sulla separazione del Sud dal Nord Sudan. Quanto sta accadendo ora a Juba è la conferma dei suoi timori?

Certo. Ero tra i pochi fermamente contrari a quella scelta per una ragione: viviamo un’epoca storica in cui le divisioni politiche non servono. La complessità del Sud Sudan – che è un mix di problemi etnici, religiosi, economici – non poteva essere risolta dando l’addio al Nord. E i risultati si vedono.

Quindi sarebbe contrario a eventuali separazioni anche in Mali, Libia, Somalia, in Rd Congo con il Katanga…?

Non sono la soluzione. Con la divisione si crea un paese ulteriormente povero, isolato. La risposta dovrebbe essere una forte azione di protezione delle minoranze. Non escludo, in casi estremi, il ricorso alla separazione. Ma il più delle volte il rimedio è peggiore del male: si creano solo nuovi problemi.

Il 31 gennaio scorso è terminato il suo mandato di inviato speciale dell’Onu per il Sahel. Ha consegnato il suo rapporto, che è stato approvato, nel quale si evidenziano 5 direttrici d’intervento.

Esatto. La prima è cibo, acqua e nutrizione. La seconda riguarda le infrastrutture. La terza, la salute e la quarta la scuola. La quinta è un piano di energia solare decentrata.

Di che si tratta?

Il ragionamento è semplice. Da noi l’energia solare costa di più rispetto a quella tradizionale. Nel Sahel la situazione si rovescia. Non solo in quella regione c’è molto sole, ma non ci sono reti elettriche, per cui installare il “solare” di piccolo borgo o di singola casa fa risparmiare il costoso collegamento tra i diversi utenti dell’area. Con questa proposta pensiamo di attirare maggiori donatori. Da tempo mi appello alla Cina. Innanzitutto, perché è un paese all’avanguardia in questa tecnologia. E in secondo luogo, perché ha una capacità produttiva in eccesso: spingerli a investire nel Sahel significherebbe per loro dare un aiuto molto importante con un sacrificio assai basso.

Il 3 febbraio l’Onu ha lanciato il nuovo piano di aiuti per il Sahel che prevede 2 miliardi di dollari in tre anni per sostenere 20 milioni di persone. Ma non si rischia un ennesimo flop da parte dei donatori? L’appello lanciato l’anno scorso per la regione, che chiedeva 1,7 miliardi di dollari, è stato finanziato solo per il 63%.

Lo dico con tristezza: le cancellerie hanno quasi dimenticato il Sahel. Ora si parla di Siria, di Egitto. Ma i nuovi problemi non devono cancellare quelli precedenti. Detto questo, noi stiamo vivendo un momento complicato. È difficile reperire le risorse. I paesi donatori nicchiano. Accusano l’Onu di avere costi generali troppo elevati e di essere una macchina burocratica troppo lenta. Ma sono lungaggini inaggirabili per il Palazzo di Vetro. Per questo ho lanciato una proposta che ritengo davvero innovativa.

A cosa si riferisce?

A una rivoluzione del concetto di multilaterale. Oggi i paesi donatori danno il loro contributo all’Onu con risorse finanziarie. Abbiamo proposto che a tale modalità si aggiunga quella che, nella terminologia britannica, si chiama kind. Genere. In poche parole: invece di dar dei soldi, la Cina si può impegnare a realizzare il “solare”, sotto la direzione dell’Onu e la sorveglianza della Banca africana di sviluppo (Bas), per centinaia di migliaia o per milioni di persone. Stessa cosa per la Germania: invece dei soldi può costruire, sempre sotto controllo di Onu e Bas, ospedali. Quindi, la scelta resta multilaterale. Ma l’esecuzione entra nella capacità decisionale dei singoli paesi. Questa è una soluzione politica gradita ai governi, perché possono sempre dire alla loro opinione pubblica: ecco dove sono finiti i vostri soldi. È una proposta che va incontro all’esigenza dei paesi di appropriarsi politicamente dei doni che fanno.

Chi decide quali sono le priorità?

L’Onu in contatto con i 5 governi del Sahel. Perché le priorità sono scelte politiche.

Il 2-3 aprile si apre il vertice Ue-Africa. Per molti, in questi anni abbiamo assistito pressoché al fallimento di una visione unitaria europea sul continente. Qual è la sua opinione?

Separerei due aspetti. Da un lato l’Ue resta ancora il più grande donatore per l’Africa. La Banca europea per gli investimenti (Bei), che ha come focus l’Africa, ha risorse 4 o 5 volte superiori alla Banca mondiale. Accanto a questi aspetti, però, si assiste a interventi assolutamente sparsi dei singoli paesi. Non c’è una grande politica tout court dell’Europa, mai unita in tutti i grandi avvenimenti recenti e meno recenti a partire dall’Iraq, passando per l’Afghanistan, Libia e ora Siria. Ci sono le azioni dei singoli paesi. Manca, invece, una visione globale europea sull’Africa. Così come manca sul mondo.

Che giudizio dà degli Accordi economici di partenariato, conosciuti come Epa? È d’accordo nell’eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio?

A livello teorico, gli Epa sono una buona cosa. Ma bisogna analizzare caso per caso, essendoci clausole e aspetti meno buoni. Certo, se i paesi africani non riusciranno a realizzare un mercato più grande, faranno sempre la fame. Un mercato più ampio è indispensabile affinché continui lo sviluppo di quel continente Ma se questa liberalizzazione viene fatta in modo violento, senza organizzare e senza offrire un minimo di aiuto al cambiamento per le piccole realtà interne ai paesi, il tutto si può rivelare un disastro.

Al di là di una classe dirigente spesso corrotta e poco sensibile ai cambiamenti, ha notato nei suoi viaggi africani se sta emergendo un’opinione pubblica consapevole? Una società civile in grado di gestire i cambiamenti in corso?

Devo essere sincero: la mia conoscenza dell’Africa sotto certi aspetti è profonda. Sotto altri, assai superficiale. Perché la mia Africa sono gli uffici governativi, le strutture economiche, molto spesso le rappresentanze delle ong. Non è che io sia un esperto del territorio. Non vado nei villaggi. Viaggio scortato tra un ufficio e l’altro. Detto questo: resto convinto che sia cominciato un cambiamento sostanziale della società africana. Si sta formando una classe medio-bassa che inevitabilmente porterà a cambiamenti strutturali della società. Nelle statistiche dei consumi, si leggono anche i cambiamenti alimentari. Certo, questo non significa che sia scomparsa l’Africa molto povera che non può consumare nulla. Ma non dobbiamo neppure trascurare la formazione di una classe dirigente colta e intelligente, che ha ben studiato e che ha girato il mondo. Il problema è metterla in rete.

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati