La fertilità del male - Nigrizia
Libri
Amara Lakhous
La fertilità del male
Edizioni E/O, 2026, pp. 240, € 19,00
06 Maggio 2026
Articolo di Arianna Baldi
Tempo di lettura 3 minuti

È un ritorno alla lingua madre quello di Amara Lakhous, che dopo anni di produzione in italiano sceglie l’arabo per il suo ultimo romanzo. Un passaggio non soltanto stilistico: lo sguardo non è più rivolto alla società italiana, ma si riancora all’interno di quella algerina, interrogandone le fratture e le contraddizioni. Se viene meno il pastiche linguistico che aveva contraddistinto opere come Scontro di civiltà di un ascensore in Piazza Vittorio o Divorzio all’islamica a Viale Marconi, restano vivi però i riferimenti alla nostra tradizione letteraria, primo fra tutti Leonardo Sciascia. Come Sciascia, Lakhous assume il giallo come dispositivo per far emergere le zone d’ombra di un paese, le sue ambiguità, le contraddizioni che sfuggono a ogni lettura lineare.

La fertilità del male è così un romanzo sulla storia algerina dalla fine del colonialismo a oggi: amaro, disilluso rispetto alla capacità della politica di incarnare davvero i valori della rivoluzione, e attraversato dal tema del potere – soprattutto quello occulto – e del tradimento. A questo impianto si affianca una costruzione narrativa che sfrutta le potenzialità del giallo senza esaurirsi in esso. L’indagine – più morale che giudiziaria – diventa un mezzo per interrogare la memoria collettiva e le sue rimozioni, mettendo in scena una verità mai univoca, ma stratificata e contraddittoria.

In questo senso, il “male” evocato dal titolo non è solo ciò che si compie, ma ciò che si trasmette e si sedimenta nel tempo, fino a diventare parte integrante del tessuto sociale: «Abbiamo liberato il Paese – grida l’avvocato Idris Talbi – e non abbiamo liberato le persone». Con una struttura che sembra rievocare, in filigrana, anche alcune opere di Agatha Christie, il cuore del romanzo non è solo la ricerca di un colpevole, ma la progressiva emersione di una responsabilità diffusa, dove ciascuno sembra avere una ragione – intima o politica – per desiderare la morte della vittima.

Quello che traccia Lakhous è un affresco fratricida, in cui il tradimento non è l’eccezione ma la regola e la violenza si inscrive nei legami più prossimi. «Caino ha vinto ancora una volta», si legge in un passaggio, «l’Algeria è il paradiso di Caino»: una formula che restituisce con forza la dimensione tragica del romanzo. Ma se lo sguardo di Lakhous è severo nei confronti della collettività e delle sue derive, cambia prospettiva quando si posa sui singoli.

A figure segnate dalla ferocia e dall’opportunismo si contrappongono personaggi accompagnati da una profonda evoluzione nell’arco narrativo e che incarnano la forza e l’intensità della resistenza individuale: pur attraversati dalla violenza e dalla sconfitta, mantengono una capacità di cura e responsabilità verso l’altro. In questo scarto si gioca una delle tensioni più riuscite del romanzo: tra un orizzonte storico segnato dal fallimento e la persistenza, fragile ma ostinata, di forme di umanità che continuano a sottrarsi alla logica del dominio.

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