Sud Sudan / 4 anni dopo l'indipendenza
Il quarto anniversario dell’indipendenza in Sud Sudan di domani è segnato ancora da conflitti diffusi nel paese. Per Peter Tibi, coordinatore dei leader religiosi alle trattative di Addis Abeba, sta mancando un clima favorevole alla soluzione della crisi. La mediazione dell’Igad sta seguendo pratiche occidentali e non il lento ma consolidato riconoscimento reciproco tra le parti in causa.

Il processo di pace per la ricerca di una soluzione alla crisi sudsudanese si è faticosamente rimesso in moto all’inizio di giugno. Era naufragato in marzo dopo oltre un anno di trattative inconcludenti e di accordi sempre disattesi dalle due parti in conflitto.

Le proposte dell’Igad – l’organizzazione regionale dell’Africa orientale, la cui mediazione aveva portato, nel 2005, alla firma degli accordi di pace globali che avevano messo fine alla guerra civile tra il nord e il sud del Sudan e avviato il processo di autodeterminazione del sud, conclusosi con l’indipendenza nel luglio del 2011 – prevedono ancora una volta essenzialmente accordi di potere tra il governo del presidente Salva Kiir e l’opposizione armata dell’ex vicepresidente Riek Machar e sono già stati commentati negativamente, per ragioni diverse, sia dalle due parti in conflitto sia dalla società civile. Edmund Yakani, direttore esecutivo di una tra le più importanti organizzazioni non governative sudsudanesi, Cepo (Community empowerment for progress organization), ha rimarcato come la nuova proposta dell’Igad limiti drasticamente la già esigua possibilità dei cittadini sudsudanesi di influenzare le scelte della leadership politica e chiede che le proposte di mediazione vadano nella direzione contraria, promuovendo il ruolo dei cittadini nella gestione del potere nel paese.

Parliamo delle trattative di pace anche con Peter Tibi, pastore sudsudanese, incontrato a Hermannsburg, in Germania, dove da 28 anni il Sudan e Sud Sudan Forum – sostenuto prevalentemente dalle chiese protestanti europee – organizza una conferenza per discutere i problemi relativi al raggiungimento della pace nei due paesi per individuare possibili percorsi di mediazione e riconciliazione. Peter Tibi, direttore della ong sudsudanese Reconcile International, specializzata in gestione dei conflitti e peace building, è un ospite abituale dell’appuntamento tedesco. Attualmente è il coordinatore dei leader religiosi al processo di mediazione dell’Igad ad Addis Abeba, cui partecipa fin dall’inizio. Descrive in modo accorato la situazione nel suo paese.

Come si è arrivati a questo conflitto così devastante?
La definizione più appropriata per quello che sta succedendo in Sud Sudan è catastrofe. È il risultato della mancanza di direzione strategica della nostra classe politica, della distribuzione del potere e delle risorse in base all’appartenenza etnica. Questo ha spazzato via quell’inizio di formazione dell’identità nazionale, nata come reazione all’oppressione e alla marginalizzazione messa in atto dal regime di Khartoum nei confronti della gente del Sud. Ora si può dire che le élite che controllano il paese considerano il proprio accesso al potere in funzione della forza e del supporto dei gruppi etnici di appartenenza, cosa che rende la solidarietà etnica prima preoccupazione politica.

C’è una soluzione a questa crisi?
Si può sempre trovare una soluzione alle crisi, ma la mediazione deve tener conto del contesto. L’approccio tradizionale africano prevede una fase, spesso una lunga fase, di costruzione di un’atmosfera di fiducia reciproca che facilita la discussione delle questioni che hanno portato al conflitto. Se si salta questa fase, i risultati della mediazione sono per forza di cose instabili. Inoltre, i mediatori devono conoscere molto bene la situazione e capire fino in fondo le radici dei problemi.

Quali le ragioni del fallimento del processo di pace dell’Igad?
I consiglieri internazionali del processo di pace sono molto esperti nei metodi di mediazione e nell’abbozzare quadri di riferimento legali, ma conoscono molto meno il contesto sudsudanese in cui la crisi ha le sue radici. Per di più, l’intero processo di pace guidato dall’Igad è caratterizzato da dolore, rabbia, odio e sfiducia delle parti in conflitto. La mediazione ha seguito pratiche occidentali, enfatizzando requisiti legali e scadenze. Non ha “perso” tempo per ricostruire un clima favorevole alla ricerca di una soluzione del conflitto. Inoltre, l’Igad deve rispondere a questa domanda: di chi è la responsabilità e paternità del processo di pace? Delle parti in conflitto o della comunità? La risposta alle domande, e le pratiche conseguenti, porteranno a una pace sostenibile e duratura, oppure a un accordo destinato a fallire, come del resto è stato per quelli firmati finora.

Par di capire che gli unici interlocutori siano le parti belligeranti. Qual è il ruolo della società civile e dei leader religiosi, che pure partecipano alla mediazione?
Noi, leader religiosi, siamo chiamati ad aprire e chiudere le sessioni con una preghiera. La società civile invitata è polarizzata e debole, perciò non riesce a far sentire una voce diversa da quella delle due parti in conflitto.

Come vede il futuro del Sud Sudan?
Vedo tre scenari possibili. Il primo è quello di un paese in totale disfacimento. Se ne vedono già i segni, con il proliferare dei gruppi armati e l’estendersi dell’insicurezza e dei conflitti locali, anche in zone finora stabili. Il secondo, è la divisione del paese in tre grandi regioni, per soddisfare istanze di potere su base etnica: i denka nel Bahr el Gazal, i nuer, in accordo difficile con gli shilluk, nel Nilo Superiore e l’Equatoria per i Bari e gli altri gruppi locali. Il terzo scenario è quello di un paese unito, che ha modificato in profondità la sua modalità di governo e amministrazione. Questo scenario potrà realizzarsi solo se il processo di mediazione avrà quel successo che tutti auspichiamo ma che purtroppo vediamo ancora come lontano.

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Nella foto in alto una rifugiata in uno dei campi profughi nello Unity State in Sud Sudan. (Fonte: Unicef/South Sudan/Sebastian Rich)

 

Compleanno di sangue

Il Sud Sudan celebra il quarto anniversario dell’indipendenza (9 luglio 2011) in una situazione allarmante. Il conflitto, scoppiato a metà dicembre 2013, si è riacceso in aprile per l’offensiva delle forze governative nello stato di Unità e si sta complicando con l’entrata in scena di sempre nuovi gruppi armati che i due contendenti principali, il governo di Juba del presidente Salva Kiir e l’Splm-Io (Movimento di liberazione del popolo sudanese-In opposizione) dell’ex vicepresidente Riek Machar, non controllano affatto o molto parzialmente.

Gli ultimi sviluppi sul terreno militare hanno visto la defezione del generale shilluk, il terzo gruppo etnico del paese, Johnson Olony dall’esercito governativo, in cui le sue forze erano state integrate all’inizio del 2013. Il suo passaggio all’opposizione, ma con un proprio comando, e dunque con una mera collaborazione in funzione antigovernativa con l’esercito di Machar, ha determinato un capovolgimento dei rapporti di forza nel vasto stato petrolifero del Nilo Superiore e nuovi ripetuti passaggi di mano della capitale Malakal e la fuga della popolazione, andata a ingrossare la massa degli sfollati.

Il conflitto e l’emergenza umanitaria conseguente si sono estesi a zone ritenute abbastanza stabili. Nello Stato dei Laghi da mesi si verificano scontri intercomunitari tra diversi clan dello stesso gruppo etnico, i denka, che iniziano con razzie di bestiame e finiscono in scontri sanguinosi. L’instabilità ha permesso la penetrazione delle forze di opposizione che, a fine maggio, minacciavano da vicino la capitale, Rumbek. Gruppi ribelli hanno attaccato guarnigioni governative anche negli stati della regione del Bahr el-Ghazal, mentre scontri interetnici e un inizio di insorgenza è ormai evidente anche negli stati dell’Equatoria. L’instabilità, prevedibilmente, si rafforzerà e si espanderà a mano a mano che il governo di Juba perderà le risorse necessarie a far funzionare il paese e quel poco che resta della sua autorevolezza.

La crisi economica è ormai tanto profonda quanto è evidente il livello di corruzione e dilapidazione delle risorse del paese. I proventi del petrolio sono sempre più scarsi a causa dell’insicurezza dei pozzi, che si trovano nelle zone di conflitto, e sono ormai impegnati per molti anni a venire per coprire le spese militari. Non mancano scandali che mettono in evidenza l’incapacità gestionale del governo e lo sperpero delle ormai scarsissime risorse. L’ultimo è l’acquisto di mille trattori che nessuno sa come muovere in un paese paralizzato dalla guerra civile e con il carburante sempre più scarso, senza preparazione tecnica per la manutenzione e senza neppure pezzi di ricambio.

Il dollaro, che serve per le importazioni di beni di prima necessità, è ormai rarissimo sul mercato finanziario, ma, a detta di un recente rapporto del Fondo monetario internazionale, è accaparrato dalla classe dirigente che intasca la differenza tra il cambio ufficiale, molto sottovalutato, e quello del mercato nero. Esperti finanziari definiscono ormai il regime di Juba come una cleptocrazia sull’orlo del fallimento, tanto che non pochi sudsudanesi si chiedono che senso abbia celebrare l’indipendenza davanti a un tale disastro. (b.s)