Una graphic novel che restituisce dignità a una storia lontana. Una storia che racconta di un «grande esploratore tedesco» che alla fine dell’800 deporta in Europa due bambini appartenenti al popolo akka, “pigmei”, del Congo. Due minori che diventano cavie per la scienza, che li fa classificare come se fossero oggetti di studio, che li fa girare per l’Italia come se fossero fenomeni da baraccone.
Si può pensare fosse normale a quel tempo, ma oggi? È proprio dall’oggi che partono le immagini: da una ragazzina, Amina, che va in gita al museo di storia naturale della sua città, Venezia, sentendosi a disagio ad ascoltare le gesta di quest’uomo, senza però comprenderne il motivo. Il motivo è il nostro non aver fatto i conti con un passato coloniale che continua a parlare nei luoghi di cultura, come se il racconto fosse neutro.
Ma la stessa nostra storia non lo è. Il libro lo racconta. Quello che continua a essere narrato come grande esploratore, Giovanni Miani, fu colui che comprò i due bambini dal collega tedesco. Con un cambio narrativo, Amina sente la storia attraverso la voce di uno dei due minori cui fu cambiato persino il nome, oltre che la vita. Le relazioni riportano ogni parte del loro corpo e delle loro espressioni, anche la mancanza di sorriso.
Paradossale pensare che ancora oggi, a distanza di secoli, si faccia fatica a dire cos’è stato quel gesto di deportazione e come non renda la storia del nostro paese straordinaria, nonostante non sia l’unico esempio di narrazione distorta sulla scoperta di altre culture, vedi l’America.