Italia e Libia
Nel decreto missioni del 18 febbraio sono previsti 4,4 milioni di euro per l’attività della Guardia di Finanza sulle coste libiche di contrasto all'immigrazione illegale. Ma la missione non esiste, essendo sospesa per motivi di sicurezza. Che fine fanno quei soldi?

Il governo può finanziare una missione militare all’estero che non esiste, perché sospesa da tempo? Parrebbe domanda retorica. Invece la risposta è “sì”.

Il 18 febbraio scorso – ma è entrato in vigore due giorni dopo – è stato emanato il decreto legge che proroga le missioni militari italiane all’estero. Il secondo comma dell’articolo 13, autorizza, «a decorrere dal 1° gennaio 2015  e  fino  al  30 settembre 2015, la spesa di  euro  4.364.181  per  la  proroga  della partecipazione di personale del Corpo della guardia di  finanza  alla missione in Libia, per  garantire  la  manutenzione  ordinaria  delle unità navali cedute dal Governo italiano al Governo libico e per  lo svolgimento di attività addestrativa  del  personale  della  Guardia costiera libica, in esecuzione degli accordi di cooperazione  tra  il Governo italiano e il Governo libico  per  fronteggiare  il  fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri  umani…».

Finanzieri italiani che addestrano colleghi libici per combattere il fenomeno dell’immigrazione clandestina? Oggi? Nel caos libico di sigle, governi, milizie? Con barconi e gommoni che partono a ogni ora?

Qualche dubbio è sorto già a una prima lettura del decreto. Poi è bastato contattare il Comando centrale della Guardia della Finanza per ricevere questa risposta: «Il finanziamento previsto dalla legge è stato stanziato ma la missione, al momento, è sospesa per motivi di sicurezza». Quando abbiamo chiesto da quanto tempo è sospesa, visto che la Libia (o quello che un tempo si chiamava Libia) è allo sbando da almeno tre anni, abbiamo ricevuto una cortese anche se tartufesca replica: «Non si dispone, al momento, dell’informazione richiesta».

Ma se la missione è sospesa, perché è stata rifinanziata? E, soprattutto, che impiego o destinazione avranno quei 4 milioni e rotti di euro stanziati per un’operazione inesistente? Interrogativi girati al ministero dell’Economia e della Finanza, autore del decreto e bancomat delle missioni. Ma dall’entourage del ministro è arrivato un copia e incolla della risposta della Gdf: «La missione, pur essendo stata rifinanziata dal decreto, al momento è sospesa per motivi di sicurezza». Stop.

Rimane nella totale incertezza, se con la missione sono sospesi e accantonati anche i 4 milioni e mezzo di euro o se sono usati per altri scopi. Non è certo una somma tale da mettere in crisi il bilancio dello stato. Ma conoscerne con trasparenza l’utilizzo potrebbe evitare altre polemiche per il governo.

Comunque, non sapendo da quanto tempo è cessata formalmente la missione si può solo ricordare come il Parlamento abbia approvato uno stanziamento di 3,6 milioni nel 2014 e di 7,5 nel 2013 per sostenere l’attività della GdF in Libia.

Attività che risale addirittura al 2009. Un impegno, quello delle Fiamme Gialle, inserito nel quadro delle iniziative tese a rafforzare i controlli alle frontiere nazionali e comunitarie. È l’ultimo governo Prodi a formalizzarlo. Il 29 dicembre 2007 il ministro dell’interno Giuliano Amato firma con il suo corrispettivo libico il Protocollo tra i due paesi teso a contrastare l’immigrazione clandestina. Documento integrato da un secondo Protocollo – firmato dall’allora capo della polizia Antonio Manganelli e dal capo della sicurezza libico Farai Nasib Elqabaili – che declina operativamente gli enunciati teorici dei due governi.

È in quest’ultimo scritto che si trova l’impegno del governo italiano a cedere a Tripoli 6 unità navali della Guardia di Finanza «per l’esecuzione di attività di pattugliamento marittimo delle acque territoriali libiche e delle prospicienti acque internazionali ai fini di prevenzione e del contrasto dei flussi migratori illegali». Roma garantisce l’invio di personale specializzato sia per la manutenzione delle unità navali, sia per l’addestramento del personale libico. E per assicurare la piena efficienza dell’operazione s’istituisce anche un Comando operativo interforze. A rafforzare i legami tra i due paesi, dopo questi protocolli, arriva anche il Trattato di amicizia, firmato il 30 agosto del 2008 dal governo Berlusconi e da Gheddafi.

Il 20 maggio del 2009 arrivano al porto di Zuwarah le prime tre unità navali della GdF con a bordo personale libico e sei “osservatori” italiani. In quello stesso periodo giungono in Libia altri 10 militari del Corpo, componenti il Nucleo di supporto logistico a terra. Il primo pattugliamento congiunto in mare è del 25 maggio.

Un’iniziativa che si è rivelata velleitaria fin dagli esordi. Inutile. Eppure è stata rifinanziata ogni anno. Perfino quando la stessa missione risulta sospesa. 

Nella foto in alto un momento dell’inaugurazione della missione della Guardia di Finanza in Libia nel 2009. Nella foto sopra Berlusconi e Gheddafi in uno degli incontri diplomatici italo-libici.