Mali / Il brutto segnale
Il qaidista algerino, capo del gruppo Al Mourabitun, ha rivendicato l’attentato di venerdì scorso in un locale di Bamako, che ha causato cinque morti. Per la prima volta presi di mira dei civili. Clima da coprifuoco ed esercito allertato.

Peul non dorme da tre notti. Nasconde i segni dell’insonnia sotto grandi occhiali da sole. «Appena chiudo gli occhi rivedo quelle scene. Rivedo quell’uomo alto, muscoloso, di carnagione scura, completamente vestito di nero, con il volto coperto, il giubbotto antiproiettile nero, un fucile in mano e due granate appese alla cintura. Sento la musica che s’interrompe all’improvviso. Stava suonando Iron, Lion, Zion di Bob Marley… poi il tonfo della granata che cade a pochi metri da noi e fortunatamente non esplode, gli spari all’impazzata, il mio amico che cade, le urla».

Il racconto s’interrompe, la balbuzie di Peul viene accentuata dal batticuore. Era amico di Fabien, il francese rimasto ucciso nell’attentato nella notte tra venerdì e sabato scorsi, e un habitué de La Terrasse (foto), il locale notturno di rue Princesse nel cuore di Hippodrome, quartiere della movida di Bamako. «Ci andavo sempre, tutte le sere. Lavoravo lì come dj e insegnante di salsa». Già, perché a Bamako gli “expat” (gli espatriati, come si fanno chiamare un po’ ironicamente gli stranieri, i toubab, i “bianchi”) ballavano la salsa tutti i giovedì sera a La Terrasse, insieme a tanti amici maliani come Peul.

Sgomento
L’attacco è stato organizzato di venerdì, con il locale piuttosto pieno. Tanti come lui si sono salvati gettandosi di sotto, sulle macchine parcheggiate nel retro del locale. Otto persone sono rimaste ferite, di cui due soldati svizzeri gravemente. Ora sono in ospedale in condizioni “critiche ma stabili”. Sarà stato questo il vero obiettivo dell’attentato che poco dopo la mezzanotte di venerdì 6 aprile ha ucciso cinque persone?

Le vittime sono il trentenne francese, Fabien Guyomard, residente in Mali dal 2007, lavorava in una ditta di costruzioni di lusso americana, lo conoscevano tutti a Bamako; un cittadino belga, che lavorava nella delegazione dell’Unione europea; e tre maliani, una donna sposata con un occidentale, un poliziotto e un guardiano di una villa vicina. Più che “obbiettivi occidentali” o mettersi di traverso all’imminente firma degli Accordi di pace di Algeri, come è stato ribattuto dai media di tutto il mondo, forse il vero obbiettivo era quella complicità, quella coesistenza reciprocamente curiosa, quel contatto diretto fra expat e maliani che ha da sempre fatto di Bamako e del Mali in generale uno dei paesi più accoglienti e sicuri dell’Africa.

Ma questo era prima dell’ultima ribellione indipendentista tuareg (2012), del colpo di stato, dell’occupazione da parte di Aqmi (Al-Qaida nel Maghreb islamico) di quasi due terzi settentrionali della nazione, era prima della guerra di liberazione franco-maliano-ciadiana, prima del dispiegamento dei caschi blu dell’Onu e dei negoziati di pace.

«Questo paese ne ha viste tante negli ultimi tre-quattro anni, ma dopo venerdì notte non sarà più lo stesso». È questo l’argomento più frequente delle telefonate della catena di solidarietà fra gli occidentali residenti a Bamako. Da venerdì notte si accumulano messaggi su Facebook, Twitter, sms. Tristezza, sgomento, paura e pessimismo scandiscono le conversazioni, diventate surreali.

Granate inesplose
La scena dell’attentato appare, alle prime luci di sabato, altrettanto surreale. La polizia scientifica in tuta bianca, guanti e mascherine mette targhette, scatta foto. L’intera scena del crimine viene circoscritta con del nastro giallo che vieta il passaggio ai curiosi, assembrati in strada fin dal mattino. Fra la gente non c’è molta voglia di parlare. La paura, risultato garantito dalla logica terrorista, ha già preso il sopravvento.

Poi un uomo si avvicina ai pochi giornalisti presenti, anch’essi spaesati, facendosi coraggio per parlare: «Erano quattro 4 uomini incappucciati su una macchina nera e uno o due uomini su un motorino. Uno è salito a La Terrasse (che si trova in cima a due rampe di scale, ndr) e ha sparato con un kalashnikov, mentre gli altri tenevano sotto controllo l’entrata. Finito di sparare l’uomo sceso le scale e rimontato in macchina. E sono scappati via urlando Allahu Akbar». E’ questo, forse, che ferisce di più i maliani. Che questi banditi si richiamino alla loro stessa religione, al loro stesso adorato Dio, mentre con freddezza liquidano in un vialetto laterale un poliziotto e una guardia giurata, due maliani mal capitati, entrambi “dei buoni musulmani”. Poi è la volta del belga, che passava di lì per caso.

E il bilancio poteva essere peggiore. La prima granata lanciata nel locale non è esplosa (era una vecchia bomba di fabbricazione sovietica) e lo stesso è accaduto con altre due lanciate in strada, per fortuna. Una quarta granata a frammentazione è invece esplosa nella via laterale, uccidendo il belga. La donna maliana, invece, è morta all’ospedale Gabriel Ture di Bamako per la ferita alla gola riportata durante la sparatoria nel locale.

Cambio di strategia
Quel che si può ipotizzare ora è che sia stata infranta un’immaginaria linea di non ritorno. Il cambio di strategia, la svolta sanguinaria di attentati che prendono di mira i civili sono nuovi anche per il Mali, che negli ultimi tre anni ha conosciuto sulla propria pelle il modus operandi del jihadismo saheliano ma che non aveva mai vissuto l’orrore di civili presi di mira. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo Al Mourabitun di Mokhtar Belmokhtar, qaidista algerino prima conosciuto con lo pseudonimo di “Mr Malboro” per la fortuna accumulata negli anni di traffici nel deserto (non solo sigarette ma droga, armi, auto ed esseri umani), e dall’inizio della crisi maliana autoproclamatosi “Emiro del Sahel”, conosciuto anche come “Il Guercio” per via di una ferita all’occhio rimediata in Afghanistan.

Un personaggio camaleontico. Estromesso dal comando di Aqmi, ha creato il proprio gruppo jihadista che si è distinto in rapimenti e massacri di occidentali, oltre che per la recente alleanza con l’Isis (come ha fatto anche Boko haram proprio sabato scorso). Dato per morto innumerevoli volte, è riuscito a sfuggire ai servizi segreti di mezzo mondo. Una taglia statunitense di 23 milioni di $ pende sulla sua testa: vivo o morto, come nel Far West. E invece si sposta indisturbato fra Algeria, Libia, Mali e Niger. Il 16 gennaio 2013 il suo gruppo ha compiuto un attentato a In Amenas, in Algeria, costato la vita ad almeno 39 persone, di cui 38 civili stranieri. C’è chi dice che Mokthar Belmokhtar abbia recentemente visitato i fratelli di Boko haram impegnati nella lotta contro un’agguerrita coalizione africana nel nord della Nigeria, mentre sua moglie avrebbe da poco partorito nel sud della Libia.

Si dice anche che dalla sua gita in Nigeria “Il Guercio” abbia riportato in Mali la voglia di colpi sensazionali che possano dare risalto e risonanza al gruppo. Cosa che sarebbe provata dal tentativo di attentato fallito al mercato centrale di Gao, nel nord Mali, il giorno dopo l’attacco di Bamako. Anche se la bomba artigianale esplosa sabato a Gao non ha fatto vittime dirette, due giovani di etnia araba che stavano scappando dopo l’esplosione sono stati fermati da altri giovani più scuri di pelle, linciati e bruciati sul posto. La gente di Gao si dice sicura che fossero implicati nell’attentato, secondo i media tuareg, invece, si tratterebbe di un nuovo caso di odio interetnico.

Apprendisti jihadisti
A Bamako le scuole francesi sono rimaste chiuse due giorni per motivi di sicurezza. Il coprifuoco non è stato ufficializzato, ma molto consigliato dalle ambasciate francese e americana, che hanno divulgato una lista dei luoghi a rischio attentato, che non è altro che la lista che circola ormai da tre anni, ma che in pochi erano abituati a seguire.

Soldati francesi e maliani stanno mettendo in piedi un nuovo sistema di difesa delle grandi città. L’aeroporto e altri luoghi sensibili come le ambasciate sono sorvegliati dai tank e dalle forze speciali francesi. Per i prossimi dieci giorni almeno l’allerta resta altissima perché gli assalitori (sarebbero fra cinque e dieci), non ancora identificati, potrebbero colpire di nuovo.

La settimana scorsa, prima dell’attentato a La Terrasse, era stato scoperto un covo di jihadisti a qualche chilometro da Bamako. Nel tempo trascorso dalla denuncia dei vicini all’organizzazione del blitz da parte della polizia maliana, la trentina di giovani apprendisti jihadisti segnalati si sono dati alla fuga, abbandonando nella casa fucili, munizioni, granate, esplosivi artigianali, giubbotti antiproiettile e libri di propaganda jihadista.

Tira una strana aria in questi giorni, a Bamako. Come se una coltre di calma apparente, intrisa di paura, si fosse poggiata su tutto e tutti.

Nella foto in alto il luogo dell’attentato a Bamako, capitale del Mali. (Foto scattata da Andrea de Georgio)