Repubblica Centrafricana
In Centrafrica prosegue il traffico illegale di pietre preziose e oro, il cui ricavato serve all’acquisto di armi, continuando ad alimentare il conflitto che ha causato 3000 vittime. Tutto questo avviene nonostante sia in vigore l'embargo da dicembre dell'anno scorso. La denuncia di un rapporto stilato da un pannello di esperti dell’Onu.

Conflitti, violenza, oro e diamanti. Parole che hanno sempre un nesso causale in Africa e che portano perennemente a conseguenze  nefaste. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha dichiarato in un rapporto Mercoledì che il conflitto nella Repubblica Centrafricana viene ancora alimentato pesantemente dal traffico illegale di pietre preziose e oro, nonostante l’embargo applicato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu l’anno scorso su armi e diamanti e la sospensione del commercio da parte degli 81 paesi che aderiscono al processo di certificazione Kimberley (accordo del 2000 volto a garantire che i profitti ricavati dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili).

Secondo le stime presentate dal rapporto, da quando l’embargo è stato attivato nel dicembre 2013, sarebbero 140.000 i carati di diamanti, ad essere stati contrabbandati fuori dal paese, con un valore pari a 24 milioni di dollari.

Il ricavato di questo traffico illegale serve ad acquistare le armi e a finanziare il sostentamento delle fazioni in conflitto. Sia gli anti-Balaka che gli ex ribelli Seleka ne fanno largo uso, come evidenziato dal rapporto degli esperti. Lo fanno imponendo delle tasse riscosse da veri e propri esattori e addirittura predisponendo centri di smistamento e rivenditori dei minerali preziosi.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno notato, utilizzando immagini satellitari, che la produzione di diamanti è esplosa negli ultimi mesi specialmente a Sam Ouandja, una città nella zona nord-orientale controllata dagli ex-Seleka, dove non è presente nessuna forza internazionale.
Nella miniera di Ndassima, vicino Bambari, anch’essa nelle mani dei ribelli, avrebbero anche cercato di organizzare una catena produzione e una rete di distribuzione, concedendo licenze minerarie per lo sfruttamento e imponendo dazi su vari prodotti (oro, diamanti, caffè e generi alimentari).

Tutto ciò continua a sostenere un conflitto che è in corso dal colpo di stato del 2013 ai danni del ex-presidente François Bozizé, ora in esilio in Benin, e che ha mietuto circa 3000 morti.
Infatti gli esperti nel rapporto mercoledì hanno aggiunto che «il processo di disarmo delle varie fazioni ribelli è pressoché fermo dallo scorso marzo» e «ogni speranza di pace viene ulteriormente allontanata dalle divisioni sia all’interno della Seleka che degli Anti-Balaka». In più, la decisione della presidente di transizione Catherine Samba-Panza di far entrare nel governo esponenti dei due gruppi ribelli «potrebbe avere ulteriormente alimentato il conflitto, aumentando la competizione e le rivalità politiche per ottenere rappresentanze ministeriali e maggiori poteri». (Stralci del rapporto ripresi dall’agenzia Misna).

La missione di pace Minusca delle Nazioni Unite, poi, subentrata a quella dell’Unione Africana, la Misca, il 14 settembre scorso con l’obiettivo di far rispettare l’accordo di cessate il fuoco firmato a Brazzaville (Repubblica del Congo) in luglio, sta praticamente fallendo nell’arginare le violenze, specialmente nella capitale Bangui. In più la Minusca, in mancanza di reclute e mezzi può, per ora, soltanto contare su due terzi degli effettivi 12.000 uomini previsti (circa 7500).

Per questo l’altra missione di pace inviata dall’Unione Europea in aprile, la Eufor Car, ha esteso il suo mandato (che doveva durare 6 mesi) fino a marzo 2015 per continuare ad affiancare i caschi blu e non lasciarli soli in una situazione che non riescono chiaramente a controllare.

Il contesto di crisi centrafricano è ancora lontano da una risoluzione pacifica, e infatti il rapporto Onu conteneva anche una chiaro richiamo rivolto alle forze di peacekeeping affinché si impegnino maggiormente nello schierare le truppe e utilizzare i droni nelle regioni più remote nel nord del paese, lì dove i ribelli conducono i traffici illegali di minerali e armi.