Joseph Nkandu, impreditore ugandese che ha avuto modo di affinare le sua capacità con master promosso da E4Impact, controlla l'essicazione del caffè nella sua fattoria

Ero in Kenya e Tanzania nelle settimane in cui la Lombardia (e poi l’Italia) ha iniziato a essere paralizzata dal coronavirus. Quando un paese si blocca e le persone non sono messe nella condizione di mettere a frutto le proprie capacità, energie, aspirazioni, emerge una grande sofferenza. In Italia ci auguriamo di superare quanto prima questo problema. Molto paesi africani si trovano invece di fronte a una impasse strutturale.

Lo smarrimento e la paura di queste settimane in Italia potrebbero aiutarci a capire quale esperienza umana si nasconda dietro a certe cifre relative all’Africa. Pensiamo agli oltre 30 milioni di giovani che si affacciano annualmente sul mercato del lavoro: una parte assai ridotta (laureati compresi) accede all’economia formale, una quota più rilevante entra nell’economia informale.

Ma tanti, troppi, non trovano un’occupazione. E questa non è una delle ultime ragioni per cui, in taluni contesti, trova facile presa il radicalismo islamico o si fa strada l’ipotesi di migrare. Il migrante non è principalmente il più povero, ma proprio chi ha più energia, chi ha studiato, chi dispone di quel minimo di risorse necessarie per affrontare il deserto e il mare.

Tante potenzialità

Nelle mie giornate africane ho incontrato il responsabile di un’agenzia governativa del Kenya, che ha il compito di sviluppare l’economia e l’occupazione in quattro regioni di un’area in parte arida e semiarida, e in parte più fertile. Una persona straordinariamente motivata, per nulla riconducibile allo stereotipo della burocrazia o della corruzione con cui spesso si liquidano in toto i funzionari pubblici.

Mi ha illustrato il grande potenziale di quattro filiere agricole: l’allevamento bovino e ovino, a cui si connette la valorizzazione della pelle (di fatto finora inutilizzata); il bambù, di cui esistono oltre mille varietà, che può trovare una molteplicità di applicazioni, dall’arredamento alle costruzioni, dalla produzione di oggetti all’alimentazione, senza trascurare il suo benefico impatto sull’equilibrio ambientale; la produzione dei pomodori, che facilmente potrebbe assumere una dimensione industriale, limitando la massiccia importazione del prodotto in Kenya; la produzione e la trasformazione del tè, per il quale non si è mai usciti da un approccio troppo familiare/artigianale. A monte di queste quattro filiere, c’è da giocare la partita…
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