L’idea dei muri, delle fortezze, dei confini da difendere è idea antica. Un’idea legata al concetto di sicurezza: il chiudersi per ripararsi dall’altro da sé, vissuto come minaccia, come nemico. Questa tendenza securitaria non è mai venuta meno nel tempo. Le sue radici passate hanno non solo attecchito nel mondo moderno, nell’oggi, ma hanno attraversato le terre, alimentato le diffidenze e le paure, legittimato quella che è di fatto un’utopia: risolvere lo strutturale e sempiterno fenomeno della mobilità umana, bloccandolo come se fosse un corso d’acqua che è possibile fermare con una diga.
L’altro da sé, quello da fermare, è sempre la persona straniera, che viene da un altrove diverso, più o meno lontano, ma differente, per cultura o per religione. Nel tempo, questo altro è diventato sempre più razzializzato e criminalizzato, una persona da temere e per questo bloccare, controllare, in ogni suo passaggio, accesso. Da qui la necessità di strumenti nuovi, sempre più sofisticati, atti a costruire e garantire fortezze sempre più automatiche, dove la presenza umana, fallibile, viene sostituita da quella automatica dei droni, dei riconoscimenti biometrici, degli algoritmi.
Alla presenza e intelligenza umana si sostituisce quella artificiale, che non si stanca mai, lavora 7 giorni su 7, 24 ore su 24, arrivando lì dove nessuno riuscirebbe, con mappature millimetriche. Un controllo serrato e continuo che alimenta quella che Fabio Chiusi chiama “l’utopia della fortezza automatica”. L’illusione cioè che la tecnologia, sempre più avanzata, risolverà il problema delle migrazioni incontrollate. E lo farà su nostro incarico, per la nostra sicurezza.
Una sicurezza che però è difficile da capire con quali mezzi si declini, perché anche in Europa accedere alle informazioni è (le inchieste di Chiusi lo mostrano in maniera palese) difficile se non impossibile. Si va a sbattere contro il muro della censura legale, di dati top secret. Così, nonostante siano progetti finanziati con fondi e nonostante si sappia che alcune pratiche sono di fatto vietate dalla normativa europea che regola l’intelligenza artificiale, capita che queste in realtà vengano portate avanti comunque, per questioni legate alla mobilità e ai controlli ai confini.
Da qui la domanda dell’autore: è etico tutto questo? Questi progetti europei che di fatto hanno la finalità di distinguere chi ha “diritto” e chi no ad attraversare le frontiere, in barba a quel che è scritto nell’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti umani che sancisce per qualsiasi persona la libertà di movimento, di lasciare e tornare nel proprio paese, non sono uno strumento di discriminazione? Qualcosa che tradisce i valori che mettono insieme le culture diverse, in un concetto di universalità e non di separazione dettata dalla preoccupazione della “sostituzione etnica”?
No, non solo non è etico, ma permette nei luoghi di frontiera la pratica di esperimenti che vedono le persone migranti diventare cavie.