Arte contemporanea / El Anatsui
Le opere dell’artista ghaneano, spesso realizzate con elementi e scarti del consumo di massa, si rivelano come mappe. Che aiutano a leggere gli squilibri e le identità vaganti di oggi. Dal 10 giugno penderà dalla balaustra di Burlington House (Londra) una sua opera di 15 metri per 23. S'intitola Tsiatsia: cercando un contatto.

Scultore ghaneano che vive e lavora in Nigeria, El Anatsui (nella foto: Conspirators) fa parte della schiera di artisti africani internazionali che, pur moltiplicando le prospettive sul mondo, hanno scelto di vivere nel loro continente e rivendicano le proprie tradizioni coltivando un rapporto con la cultura visuale aperto alle nuove geografie artistiche e nello stesso tempo situato nella propria storia.

Quanto al formarsi della creatività di questo artista, si possono distinguere più tappe. La prima, fondamentale, è Anyako, il paese natale nel Volta Region (Ghana) dove El Anatsui viene alla luce nel 1944: è il mondo di tradizioni orali trasmesse dal padre e custodite dagli anziani del villaggio. Con la scolarizzazione, la prima rottura: alle storie del villaggio si sovrappone la Storia, quella che secondo l’ideologia portante della storia africanista europea inizia solo con la scrittura.

In seguito, altra rottura e altre iniziazioni sul cammino della conoscenza e della scoperta. È il tempo dell’università – studi d’arte, una specializzazione in scultura. A diplomi acquisiti, arriva la prima folgorazione estetica: i vassoi lignei pirografati sui quali al mercato le donne sono solite disporre le loro mercanzie.

Nel 1975 El Anatsui è assunto dall’Università di Nsukka, in Nigeria: altra tappa esistenziale, altro spostamento, altre illuminazioni. In questo periodo a folgorarlo sono i monoliti Akwanshi nel cortile del Museo nazionale di Lagos, le terrecotte di Nok e la pittura corporale del popolo ibo.

Nel 1980, nuova acquisizione nella sua lunga ricerca artistica che gioca sulle diverse identità. Mentre è a Cummington (Stati Uniti), El Anatsui scopre le risorse estetiche e calligrafiche della motosega e le applica nelle sculture lignee.

Alla fine degli anni Novanta, ulteriore svolta nell’esplorazione di territori artistici inediti – e insieme ritorno alle “cose” della terra natale, in questo caso a venire evocati sono i tessuti degli ewe (l’etnia dell’artista) – con l’avvio della fase dei fantasmagorici giganteschi arazzi lucenti ricavati da materiali di recupero quali pezzi di latta e tappi (fra cui predominano le corone di alluminio delle bottiglie di liquore, gin e whiskey in particolare) cuciti insieme a centinaia, collegati in vorticose combinazioni e disposti in maniera diversa a ogni allestimento.

L’effetto si concretizza in monumentali tendaggi ondulati che suggeriscono il movimento: appesi ai muri infatti vengono lasciati ricadere con un gioco di pieghe di grande impatto visivo e performativo. Opere maestose dunque – per quanto risultanti da scarti, frammenti del consumo di massa, ritagli di realtà e di vita – che lo eleveranno al rango di stella di prima grandezza nel circuito internazionale dell’arte e che, apprezzate da un numero sempre crescente di critici, galleristi e curatori di tutto il mondo, sono ormai presenti nelle biennali importanti e nei grandi musei, dal British Museum di Londra al Centre Pompidou di Parigi, dal Museum Kunst Palast di Düsseldorf all’Young Museum di San Francisco.

Nel loro creativo assemblaggio di elementi di scarto queste composizioni risultano sorprendentemente sontuose e sotto questo aspetto richiamano indubbiamente i kente – abiti tradizionali fra gli ewe e gli akan indossati dai notabili nei contesti cerimoniali – ma rimandano al contempo a qualcosa di più ampio aprendo a una pluralità di narrazioni di perdita e d’invenzione.

Dietro ai tappi d’alluminio, ad esempio, c’è la storia minuta di chi li ha fabbricati, di chi ha bevuto il liquore, di chi ha gettato il contenitore vuoto. Anatsui è particolarmente interessato alle biografie dei materiali delle sue opere che riflettono sia il suo back-ground di nomade, sia gli scambi incrociati fra l’Africa, l’Europa e le Americhe.

Oltre al potere visivo delle loro apparenze sfavillanti in questi lavori di El Anatsui c’è dunque l’utilizzazione partecipe delle identità residue dei luoghi e delle cose come elemento di conoscenza delle attuali identità africane (miste, relazionali e inventive) e di denuncia delle vecchie e nuove gerarchie e discriminazioni. I suoi giganteschi meravigliosi arazzi – frutto di un lavoro d’équipe sotto la sua guida – parlano di rifiuti, scambi squilibrati nord-sud, corruzione, alcolismo, e disuguaglianze di razza e di genere.

Non è un caso che il kente, tradizionalmente tessuto dagli uomini e usualmente indossato dai capi locali come simbolo di ricchezza e potere, venga assai più raramente esibito dalle donne, autorizzate a portarlo soltanto se influenti e oltre la menopausa.

Quello che l’artista ci presenta pertanto, dilatando la nostra rete di connessioni, non è la fantasiosa riproposizione di un tessuto etnico locale secondo un’idea mitica ed essenzialista della tradizione, ma è una sorta di poetica mappa mossa e colorata – in bilico fra frammentazione e ricomposizione – dotata, nella potenzialità visionaria della sua concretezza materica, di una sua precisa sintassi per districarsi nella geografia globale.