Sud Sudan
È ufficiale: il papa con il primate anglicano si recheranno nel paese afflitto da guerre e carestia. Un viaggio preparato da tempo. L’appello dei vescovi e dei comboniani contro le violenze sui civili e affinché i cristiani ritornino alle parole e agli insegnamenti di Gesù.
 

Dopo molte voci circolate negli ambienti cattolici vicini al Sud Sudan, la notizia è diventata ufficiale domenica scorsa: papa Francesco sta preparando una visita nel paese e la farà insieme al primate anglicano, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby.

La preparazione della visita è iniziata alla fine dello scorso ottobre, quando una delegazione del Consiglio delle Chiese sud sudanese (SSCC) – di cui facevano parte l’arcivescovo di Juba, Paulino Loro Lukudu, l’arcivescovo della provincia episcopale del Sud Sudan, Daniel Deng Bul Yak, e il moderatore della Chiesa presbiteriana del Sud Sudan, Peter Gai Lual Marrow – aveva incontrato in Vaticano papa Francesco. Lo aveva informato sulla drammatica situazione del paese e aveva espresso il desiderio che il Papa visitasse il martoriato paese. La delegazione del SSCC aveva poi incontrato anche l’arcivescovo di Canterbury, manifestando pure a lui lo stesso desiderio. 

Un’idea che parte da lontano

L’idea della visita in Sud Sudan ha anche una radice più lontana. Durante il suo viaggio in Africa, nel novembre del 2015, il Papa aveva incontrato brevemente il presidente sudsudanese Salva Kiir. Molti avevano sperato che le esortazioni e le preghiere di Francesco sarebbero servite a determinare un miglioramento della situazione, che, dopo la firma degli accordi di pace dell’agosto precedente, si apriva alla speranza. 

Me le cose sono andate diversamente. Nel corso degli ultimi mesi la situazione si è decisamente aggravata. La visita ecumenica del Papa e dell’Arcivescovo di Canterbury avverrà in un paese sconvolto dai combattimenti, abbandonato da centinaia di migliaia di profughi e durante una drammatica crisi alimentare in cui 100mila persone, secondo stime molto prudenti, rischiano la morte per fame. Ma almeno un altro milione sono già così vicine alla catastrofe che rischiano di aggiungersi al primo gruppo nelle prossime settimane. Di questo il Papa è molto preoccupato, tanto che già ripetute volte si è appellato ai fedeli perché non facciano mancare l’aiuto ai fratelli sudsudanesi in un momento di particolare bisogno.

Il messaggio dei vescovi

Nei giorni scorsi anche i vescovi cattolici del Sud Sudan si sono espressi con un messaggio pastorale ai fedeli e ai sudsudanesi tutti, in cui hanno chiesto, prima di tutto, la fine della guerra. Si dicono particolarmente preoccupati dalle violenze sui civili e dal livello di odio che sta aumentando nel paese. Accennano anche alle difficoltà della Chiesa, che, avendo fatto la scelta di parlar chiaro in favore del rispetto dei diritti umani, contro la violenza e a sostegno della necessità della pace, desta sospetti nella compagine governativa. Nella lettera si citano anche episodi di attacchi ai mass media cattolici – l’ultimo il 14 febbraio alla libreria cattolica di Juba – e si ricorda l’uccisione di una suora a Yei, per cui nessuno è stato ancora riconosciuto colpevole, ma a sparare alla macchina, che trasportava una partoriente all’ospedale, è stata una ronda governativa.  

I vescovi precisano con forza che non sono a favore o contro qualcuno, ma sono a favore delle buone cose e contro quelle malvage – the evil, scrivono – che hanno condotto il paese alla situazione drammatica in cui si trova. Dichiarano anche che sosterranno in modo attivo l’Action Plan for Peace, messo a punto dal SSCC e che intensificheranno, perciò, il lavoro di informazione e di advocacy, nella regione, presso la comunità internazionale e nella Chiesa.

L’impegno comboniano

Anche i superiori dei missionari comboniani, radunati a Roma, hanno inviato un messaggio «alle sorelle e ai fratelli sofferenti in Sud Sudan». Dicono di implorare i cristiani a ritornare alla parola di Cristo, evidentemente riferendosi, in particolare, ai leader sudsudanesi, che si dicono buoni cristiani.

Nella lettera, i superiori comboniani chiedono anche che, in questo momento di grande necessità, si passi dalle parole ai fatti e ci si mobiliti per supportare chi è impegnato a portare aiuto ai sudsudanesi che soffrono.

La visita ecumenica di papa Francesco e dell’arcivescovo di Canterbury non potrebbe cadere, dunque, in un momento più opportuno.

Sul numero di marzo di Nigrizia, è pubblicata un’ampia analisi sul lavoro che la Chiesa cattolica assieme ad altre Chiese cristiane stanno cercando di mettere in atto per tentare di mettere fine al conflitto che sta devastando il paese. L’analisi è di John Ashworth, che per 34 anni ha lavorato al servizio della Chiesa in Sudan e Sud Sudan.

Nella foto: i responsabili delle varie denominazioni cristiane sudsudanesi quando hanno fatto visita a papa Francesco a fine ottobre 2016.