La due giorni centrafricana

Il papa ha lanciato ai governanti, al popolo e anche alle milizie che si combattono, un messaggio chiaro e gioioso: per fare pace ci vuole fiducia e la fiducia si ottiene camminando disarmati verso l’altro.

«Non ci resta che dare fuoco al deposito carburanti del porto di Bangui, così non resterà nulla della Repubblica Centrafricana e non se ne parlerà più». Qualche giorno prima dell’arrivo del papa, una giovane della parrocchia di Fatima, in lacrime per la notizia dell’incendio che aveva distrutto la casa della sua migliore amica, concludeva così il suo sfogo. Era un mese che insicurezza e distruzione la facevano da padroni di fronte al silenzio e all’inazione del governo e della comunità internazionale e davanti alle promesse mai mantenute delle forze della missione delle Nazioni Unite (Minusca). È così che funziona la transizione centrafricana, dopo tre anni di caos.

Ho atteso con un gruppo di giovani l’arrivo di papa Francesco, vivendo la frustrazione di autorità cittadine (Chiesa compresa) che tacciono davanti all’annientamento progressivo di un grande quartiere della capitale (almeno 50mila bambini e giovani privati del diritto allo studio, tanto per avere un’idea) e che parlano solo dell’arrivo del Santo Padre e della sua sicurezza. Quasi che una sola persona valesse più di un intero popolo.

Un silenzio diventato veto nei confronti degli organi di stampa, che in genere danno conto di ciò che accade in città. Per fortuna Dio ascolta la voce dei piccoli e degli oppressi, sta dalla loro parte e, anche se a modo suo, apre il cammino. È così che, grazie alle parole di Francesco all’Angelus di domenica 1° novembre, governo e Chiesa hanno cominciato a dire che nel quartiere di Fatima si uccide, si saccheggia, si brucia. Ma è solo il giorno dell’arrivo del papa a Bangui che la Minusca ha reagito a una fuga di notizie sull’operato delle milizie, mandando i suoi uomini a cercare dei giovani dati già per morti e per fortuna ritrovati e portati in salvo. Per un mese intero, la risposta alle richieste di aiuto era stata sempre la solita: «Non è il nostro mandato. È troppo pericoloso. Non abbiamo la forza necessaria».

La visita di papa Francesco a Bangui è stata la vittoria dell’impossibile sull’umanamente consigliabile, della fiducia sulla paura, della speranza sulla disperazione.

Rimettersi in piedi.
Un paese poco conosciuto e dimenticato dal mondo, oppresso da quella che i centrafricani chiamano “la mano” che manipola il loro destino, è diventata per due giorni la capitale spirituale del mondo! L’arrivo del vescovo di Roma è stato vissuto dalla gente come l’ultima chance, mentre i nemici della pace hanno fatto di tutto per scoraggiare il papa e fargli annullare l’ultima tappa del suo periplo africano. Dal giorno della sua partenza per il Kenya fino a qualche ora prima del suo atterraggio all’aeroporto di Bangui, i media francesi avevano continuato a mettere in dubbio il suo arrivo, quasi certi che il papa non sarebbe atterrato. Ciò non poteva non accrescere la collera popolare contro Parigi. (…)

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