Editoriale luglio-agosto 2013

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco non ha mancato d’inviare segnali chiari per un cammino di rinnovamento della Chiesa. Lo ha fatto capire in mille modi, con la sua parola che va dritta al cuore di chi ascolta, i gesti così “parlanti” e continui richiami in numerosi incontri ufficiali e non.

Auspica una Chiesa che sappia uscire da sé stessa per andare nelle periferie dell’umanità, facendosi prossimo dei poveri e degli ultimi, gli emarginati – lui stesso ce l’ha insegnato con il gesto della lavanda dei piedi a giovani carcerati il giovedì santo – e che sia povera, senza fronzoli e sfarzi, preoccupata di salvaguardare e custodire il creato, in contrasto con la logica capitalista del saccheggio per il solo profitto. Che cresca nella comunione con le altre Chiese e si apra al dialogo fraterno con le altre religioni.

Ma il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la gestione evangelica del servizio dell’autorità, all’insegna della collegialità e della corresponsabilità, ispirandosi alle intuizioni del concilio Vaticano II. Papa Francesco si è fatto portavoce di questa istanza quando la sera della sua elezione si è presentato al suo popolo non con il titolo di “papa”, ma con quello più vero di “vescovo di Roma”, usando la formula di sant’Ignazio di Antiochia: la «Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese».

Sono poi seguite azioni significative. A un mese dalla sua elezione, esattamente il 13 aprile, ha costituito un gruppo di otto cardinali scelti dai cinque continenti per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per suggerire proposte per la tanto attesa riforma della curia romana. Una novità assoluta: mai prima d’ora era stato affiancato all’effettivo organo di governo che è la curia, un organismo del genere, cioè un’équipe di riformatori che, facile immaginarlo, affronteranno almeno tre capitoli: la significativa riformulazione dei dicasteri curiali; un ruolo meno incombente della curia romana nei confronti delle Chiese locali; il ritorno a una maggiore collegialità nell’esercizio del servizio petrino.

La centralizzazione del potere nella curia vaticana, accentuata soprattutto sotto gli ultimi pontificati, è andata a scapito di una più grande autonomia di azione delle Chiese nazionali. Nella visione di una Chiesa fondata sulla corresponsabilità pastorale, papa Francesco lascia intuire che è necessario stabilire un rapporto nuovo tra Vaticano e conferenze episcopali nazionali. Lo ha suggerito in due recenti occasioni. Il 23 maggio, in apertura dell’assemblea generale dei vescovi italiani, parlando a braccio com’è nel suo stile, ha detto ai nostri vescovi che «il dialogo con le istituzioni culturali, sociali e politiche è cosa vostra». Il 15 giugno, poi, nel suo breve saluto alla delegazione dei parlamentari francesi del gruppo di amicizia Francia-Santa Sede non si è intromesso nella delicata e controversa questione della legge che ha approvato le nozze gay e non ha chiesto ai cattolici francesi – come probabilmente molti si aspettavano – di adoperarsi per l’abrogazione della legge stessa. Un segnale esplicito di un’inversione di tendenza rispetto al passato quando erano il Vaticano o la segreteria di stato a dettare ai vescovi i principi “non negoziabili” da rispettare anche in riferimento a problematiche interne ai rispettivi paesi.

L’atteggiamento del papa suona come un incoraggiamento alle Chiese locali ad assumere il compito di guida spirituale e morale di fronte alle sfide culturali, politiche e sociali delle proprie nazioni.

Il papa ha aperto il cammino per il rinnovamento della Chiesa indicandone con chiarezza alcuni elementi fondamentali. Per quanto sia importante che la direzione per un cambiamento venga dall’alto, è essenziale che la base si appropri la spinta innovatrice. Le comunità cristiane, le Chiese locali – a livello nazionale, regionale e continentale – hanno ora l’opportunità di agire con maggiore libertà e far sentire la loro voce con coraggio (parresia), fiduciose nell’ascolto e nel sostegno da parte del pastore supremo, il vescovo di Roma. Il concilio Vaticano II, dopo cinquant’anni, torna a essere il riferimento principale per un ringiovanimento della Chiesa intesa come popolo di Dio in cammino, comunione di comunità di fratelli e sorelle in Cristo Gesù, al cui servizio si pongono il primato petrino e la struttura gerarchica.