Da Nigrizia di luglio-agosto 2010: analisi del summit di Nizza
Il presidente Sarkozy punta ancora a un ruolo guida della Francia nel continente, giocando una partita in proprio e ignorando l’Europa. Tenta nuove relazioni con i paesi anglofoni, trascurando le ex colonie. Tra le assenze importanti al vertice, quelle di Gbagbo e Kabila.

Nicolas Sarkozy si è ritrovato casualmente padrone di casa del primo vertice franco-africano della sua era. Il venticinquesimo incontro Francia-Africa, che si è tenuto a Nizza il 31 maggio e il 1 giugno, doveva infatti aver luogo a Sharm el-Sheikh, alla fine del 2009. Ma agli organizzatori si era posto un grave problema: la probabile partecipazione del presidente sudanese Omar El-Bashir, su cui pende un mandato di cattura della corte penale internazionale. Per evitare imbarazzanti incidenti diplomatici, fu deciso lo spostamento in terra di Francia, dove il presidente sudanese certamente non si sarebbe presentato, visto il rischio di essere arrestato.

 

Non che la location egiziana avrebbe cambiato di molto il tono politico dell’incontro: la Francia è sempre stata la vera padrona del vertice nel quale, per più di trent’anni, ha riunito i presidenti delle ex colonie e tirato le fila della sua politica di influenza nel continente. Ma Sarkozy ha colto l’occasione al volo e costruito un vertice a sua immagine e somiglianza. Con un’ambizione: cambiare il dna del rapporto tra africani e Parigi.

 

Françafrique, la chiamavano, o anche pré carré, cioè ambito d’influenza, o cortile di casa. Un’intera regione – dalla Repubblica Centrafricana al Mali, dal Senegal al Camerun, per non parlare dei complicati rapporti con l’Algeria – dove le imprese francesi si muovono come pesci nell’acqua, grazie ai rapporti privilegiati tra Eliseo e presidenti africani. Rapporti dove si bada alla sostanza più che alla forma, visto che si accettano regimi tra i più maleodoranti. Buona parte di questa regione ancora oggi usa il franco Cfa, cioè la moneta unica, figlia minore del franco francese, legata al suo valore di scambio (oggi all’euro). Una sigla che ha un forte impatto simbolico: nel 1945, quando fu creata, stava per Colonie francesi africane; all’inizio dell’era delle indipendenze venne a significare Comunità francese dell’Africa; e poi franco della Comunità finanziaria dell’Africa. Ma per tutti e sempre è stato uno dei simboli più potenti del neocolonialismo di Parigi. Il franco Cfa non è solo un simbolo: i paesi aderenti depositano ancora oggi il 50% delle loro riserve in divise estere su un conto operativo presso il tesoro francese. Mamadou Koulibaly, presidente dell’assemblea nazionale ivoriana, parla di «infantilizzazione dei governi», di «confisca di una parte della sovranità nazionale». Resta il dato di fatto che questo deposito priva i paesi poveri di liquidità preziosa e finisce con l’incoraggiare – grazie al tasso fisso – le imprese e gli espatriati francesi a riportare a casa capitali e profitti.

 

Non è un caso che la questione “tenere o rifiutare il franco Cfa” sia da tempo al centro del dibattito politico in vari paesi francofoni.

 

 

Militari, sì o no?

E poi ci sono i soldati. La Francia, tra le ex potenze coloniali, è quella che ha ancora oggi il maggior numero di militari sul territorio africano. Ottomila, divisi tra Gibuti, Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Ciad. Dal Senegal i soldati francesi se ne sono andati a inizio giugno, lasciando, però, una base d’appoggio per la marina. Parigi non parla, invece, di lasciare le basi di Gibuti (dove “ospita” anche gli americani) e di Libreville, in Gabon. Sono state spese poche parole anche sulla Costa d’Avorio, dove stazionano ancora 900 soldati dell’operazione Liocorno, e sul Ciad, dove sono stati proprio i Mig francesi, un paio d’anni fa, ad alzarsi in volo e bombardare i ribelli per impedire che prendessero la capitale e rovesciassero il buon amico di Parigi, il presidente Idriss Déby. La versione ufficiale per la loro presenza altalena tra la protezione dei francesi residenti – sempre meno -, gli interessi economici e la nuova guerra al terrorismo, a cui si è aggiunta la formazione della forza di pace dell’Unione africana. Con la speranza dichiarata che gli africani prendano al più presto in mano la situazione. Per questo, tra l’altro, Sarkozy ha promesso ai presidenti riuniti 300 milioni di euro nei prossimi anni per addestrare 12mila peacekeepers.

 

Nonostante tutto, però, la Francia sta perdendo terreno. Vari stati e anche qualche società civile più rumorosa mal sopportano l’approccio datato e paternalistico delle relazioni instaurate da Parigi e di cui non riescono a liberarsi. Una trama di rapporti che già mostra la corda: Laurent Gbagbo, presidente della Costa d’Avorio, ha rifiutato l’invito al summit. Joseph Kabila, presidente dell’Rd Congo, semplicemente non è venuto. Con il rwandese Paul Kagame i rapporti si sono ricuciti solo da poco, ma il presidente ha pensato bene – unico fra i presenti – di concedere un’intervista ai maggiori quotidiani francesi. Libération l’ha titolata con una delle sue affermazioni: «In Africa abbiamo bisogno di partner, non di padroni». Una forte perdita culturale a fronte di una posizione economica ancora oggi importante: secondo i dati del ministero degli esteri francese, Parigi è attualmente il secondo esportatore verso l’Africa, subito dietro Cina e prima di Stati Uniti e Germania. Ed è al quarto posto tra gli importatori di beni africani, dietro Stati Uniti, Cina e Italia.

 

 

L’inversione mai avvenuta

Per tenere queste posizioni, Sarkozy è ripartito lancia in resta. Perché nel rapporto con gli africani nemmeno lui era proprio vergine. Nel 2006, da presidente di partito (l’Ump), aveva annunciato un cambio epocale: «Bisogna smetterla con i gruppi di potere di un’altra epoca, con gli emissari ufficiosi che non hanno alcun mandato se non quello che s’inventano… Bisogna definitivamente girare la pagina dei compiacimenti, degli intrighi, dei segreti e delle ambiguità». Nel 2007, fresco presidente, aveva nominato due persone, esterne ai soliti giri, ai posti chiave della politica verso l’Africa. Ma poi era venuto il suo primo viaggio africano. A Dakar, in Senegal, Sarkozy ebbe il primo inciampo: «Il dramma dell’Africa è che l’uomo africano non è sufficientemente entrato nella storia», disse. Non esattamente il rispetto che si tributa a partner considerati alla pari.

 

Il summit di Nizza, quindi, era una seconda chance. Strategica, perché il presidente francese sapeva – e sa – che i paesi “pesanti” del continente sono fuori dalla sfera storica d’influenza francese; sono quelli anglofoni, come Sudafrica e Nigeria. Ecco spiegata, allora, la cena riservata tra Sarkò e il presidente sudafricano, Jacob Zuma, lasciando i francofoni a pietire un breve incontro tête-à-tête. Ma Zuma è anche l’unico che ha rimproverato al presidente francese di aver accolto al tavolo dei grandi i militari golpisti della giunta nigerina. L’altro incontro privato di cui si ha avuto notizia è quello con il neonominato presidente della Nigeria, Goodluck Johnathan. Anche la conferenza stampa finale è stata per i nuovi amici: il presidente di turno dell’Unione africana, Bingu wa Mutharika, del Malawi, Jacob Zuma e Meles Zenawi dell’Etiopia. Unico contentino ai vecchi amici è stata la presenza sul palco di Paul Biya, del Camerun. La diversità dei toni tra i diversi presidenti è stata impressionante: Biya si è sperticato in lodi e ringraziamenti a Sarkozy, mentre gli altri hanno parlato di politica. Tutti i francofoni – nei precedenti vertici riuniti in un incontro, non a caso chiamato “la cena degli amici” – saranno ricompensati con un “minivertice di famiglia”, a Parigi, il 13 luglio. Il 14 luglio, poi, in occasione della festa nazionale francese, tutti i presidenti delle ex colonie saranno presenti ai Campi Elisi per assistere alla cerimonia, nella quale sfileranno anche gli eserciti dei paesi africani, per festeggiare il cinquantesimo delle indipendenze di 17 nazioni del continente.

 

 

Le armi economiche

Ma le armi di conquista “coloniale” del 21° secolo sono economiche. Quindi, il summit si è giocato, in realtà, sugli affari, visto che l’obiettivo, mai citato, è contendere lo strapotere della Cina in Africa. La presenza di 250 tra imprenditori francesi e africani, che si sono incontrati a margine del vertice, è stata sbandierata come la vera novità dell’incontro. E poco o niente si è saputo di quel che si son detti, tranne alcuni argomenti di peso: energie rinnovabili, ma anche nucleare (vista la presenza di Areva in Niger), impresa sostenibile, formazione, ruolo dei migranti nello sviluppo economico in collaborazione con l’impresa privata. Alla fine, la presidente del Medef – la Confindustria francese – ha annunciato grandi propositi: consultazione regolare sui progetti, proposta di una carta sulla responsabilità sociale e ambientale delle imprese, collaborazione per la formazione.

 

I presidenti, invece, si sono riuniti in tre sessioni a porte chiuse. La prima, e più importante, sul ruolo dell’Africa nella governance mondiale. Che, tradotto, significa avere o meno il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, nonché maggiore rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e tra i G20. In questo contesto, Sarkozy ha giocato le sue carte. Ha parlato di «interessi condivisi e mutua fiducia», promettendo e, probabilmente, convincendo i paesi più importanti che metterà tutto il peso di Parigi su queste richieste. Poi si è discusso di clima in vista del summit di Cancún a fine anno e di lotta al terrorismo. La dichiarazione finale ha infilato una serie di buone intenzioni, senza entrare nel concreto.

 

Ce l’ha fatta, Nicolas Sarkozy, a fondare la “sua” Sarkafrique? Per saperlo si dovranno vedere i fatti al di là delle parole. E anche si dovrà verificare come i paesi africani si muoveranno in concreto, magari giocando di sponda tra Parigi e Pechino. In ogni caso, quello tra Francia e Africa sarà, nelle intenzioni di Parigi, un “affare a due”: la parola Europa compare una sola volta nelle carte finali, e solo come aggettivo, citando l’iniziativa “Tutto, tranne le armi”, vecchio progetto dell’Unione europea per liberalizzare gli scambi commerciali. Alla fine, quindi, è pur sempre Françafrique.

 

Vertice blindato e silenzio stampa

 

Alcune centinaia di giornalisti sono rimasti rinchiusi per due giorni nel Media Center del palazzo delle esposizioni di Nizza, mentre a 200 metri di distanza – nel Centro congressi – una quarantina di presidenti africani, il presidente francese e 250 imprenditori francesi e africani discutevano di “affari privati”, verrebbe da dire, visto che poco o niente si è saputo di quel che veramente è stato detto e fatto nel vertice.

 

Il 25° summit Francia-Africa ha confermato pesantemente la tendenza dei potenti del mondo a tenere i giornalisti fuori dalla porta. Non è una colpa da addebitare solo agli africani o ai francesi. Anche il vertice sul clima a Copenhagen aveva lasciato quasi a bocca asciutta i giornalisti. Ma l’incontro di Nizza ha fatto l’en plein.


Nessun giornalista ha potuto assistere alle tre sessioni politiche tra presidenti (volute fin dal principio “a porte chiuse”), né ai dibattiti sul ruolo delle imprese e dei migranti tenuti dagli uomini di affari. Nessuno, peraltro, pretendeva di entrare nelle stanze segrete. Ma è normale, in occasione di simili appuntamenti, che i personaggi politici si offrano ai leoni nell’arena in svariate conferenze stampa, dove è possibile fare domande a ruota libera. Oltre al fatto che, normalmente, i giornalisti sono sommersi da comunicati stampa lunghi e dettagliati sui dibattiti e sulle conclusioni degli stessi. A volte, tra le righe, ci sono perfino delle mezze verità.

 

Niente di tutto questo. Una sola conferenza stampa, conclusiva, con Sarkozy a fare da direttore delle danze e i presidenti di Sudafrica, Etiopia e Camerun e il presidente di turno dell’Unione africana, il malawiano Bingu wa Mutharika. Dopo i discorsi introduttivi, sono state concesse sei domande in tutto. Una sola dichiarazione finale riassuntiva, piena di concetti altisonanti. E un tasso elevato di “brunovespismo”: i soli giornalisti che hanno avuto il privilegio di avvicinare i potenti sono stati quelli al seguito delle delegazioni governative.

 

Il nostro amore e rispetto per l’Africa sono immensi. Ma ci riesce difficile pensare che il giornalista della televisione di stato al seguito del suo presidente sia nella miglior posizione per fare domande scomode. (L. M.)

 

 




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